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Dal viaggio della speranza di mio zio Osvaldo a quello dei profughi di oggi con l’augurio per tutti di un 2020 di maggiore umanità

Questa mattina il pensiero è volato verso mio zio Osvaldo, morto nel
1945 annegato in un fiume al confine tra l’Ungheria e la Romania che lo
separava dalla libertà dopo essere stato deportato in un campo di
prigionieri di guerra.
Lui, giovane carabiniere di 28 anni, era partito per la guerra e come tanti uomini del nostro esercito, si è trovato deportato in un campo di prigionia.
Ricordo ancora la lettera con cui il militare che era fuggito dal campo di prigionia con
lui, raccontava ai miei nonni gli ultimi minuti di vita di mio zio, stremato dopo giorni di viaggio senza mangiare e annegato a poche centinaia di metri dalla salvezza.
Mia nonna mi raccontava, ogni volta piangendo e rileggendo quella lettera, che per mesi mio nonno, ogni sera, dopo la fine della guerra si affacciava alla finestra nella
speranza di un suo possibile ritorno, fino all’arrivo di quelle righe che ne descrivevano la morte.
Il suo corpo non è mai stato ritrovato e nella casa di mia nonna Virginia c’era un’unica grande fotografia appesa al muro; la foto di mio zio Osvaldo nella sua divisa da carabiniere.
Così in questo ultimo giorno dell’anno, mi è impossibile non legare il viaggio della speranza di mio zio con il viaggio della speranza di coloro che anche in questo 2019 lo hanno tentato nella ricerca legittima della loro libertà, fuggendo da guerre, povertà, carestia, disastri ambientali.
Alle migliaia di persone annegate nel nostro Mediterraneo e a quelle invece rinchiuse nei vari campi di detenzione in Libia o nei campi profughi sparsi in tanti paesi.
Qui non c’è un fiume da attraversare, ma un mare, il Mediterraneo, che è stato culla di civiltà e di umanità.
La storia di mia nonna e di mio nonno nell’attesa del figlio Osvaldo nel dopoguerra, si lega ed è simile a quella delle migliaia di famiglie sparse in paesi dell’Africa e del Medio Oriente che hanno visto partire i loro figli per questi viaggi e che non vedranno più i loro volti.
Perché solo le storie, quando raccontate e ascoltate, e non trasformate in numeri (quanti ne sono arrivati quest’anno, quanti rifiutati, quanti accolti, quanti rimpatriati), hanno il potere di renderci persone autentiche e di restituirci una umanità.
E’ solo nell’ascolto degli altri che possono nascere dubbi, possiamo mettere in discussione prese di posizione e comportamenti; possiamo uscire dalle tante forme di
xenofobia che ogni giorno accadono nelle nostre strade e città, che sono l’anticamera del razzismo e ci rendono tutti più poveri, spiritualmente e umanamente.
Certo così non si risolvono problemi più grandi di noi che hanno bisogno di risposte della politica a livello europeo, ma ci si apre all’esistenza dell’altro, del diverso che poi condiziona anche le scelte politiche.
Allora questo ultimo giorno del 2019 lo dedico a mio zio Osvaldo, ai miei nonni e ai tanti
Osvaldo e alle tante famiglie, di ogni parte del mondo che hanno perso la vita nel loro viaggio della speranza e ai genitori che non hanno rivisto i volti dei loro figli.
Scriveva lo scrittore inglese Gilbert keith Chesterton che “L’obiettivo di un nuovo anno non è avere un nuovo anno. È che dovremmo avere una nuova anima e un nuovo naso;
piedi nuovi, una nuova spina dorsale, nuove orecchie e occhi nuovi.”
E’ l’augurio che faccio a tutti noi, per me oggi nel ricordo di mio zio, e dei tanti Osvaldo che nel viaggio verso la loro libertà hanno perso la loro vita.
Buon anno a tutti