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Dalla politica delle armi, alla politica del negoziato

Mentre le nostre vite sembrano scorrere normalmente e noi siamo presi dai nostri personali impegni e problemi tra momenti di gioia e di dolore, mentre la vita nelle nostre città e paesi appare oggi uguale a ieri, il nostro continente si va sempre più avvicinando a cambiamenti politici e sociali dalle conseguenze imprevedibili.

Mentre il nostro personale piccolo mondo sembra non cambiare, il mondo più grande intorno a noi vive rivoluzioni che toccheranno anche le nostre sicurezze.

I conflitti in corso intorno alla nostra Europa sono lì a ricordarci che molte cose stanno cambiando e che l’umanità non è in grado di fermare una spirale pericolosa che non sappiamo dove porterà.

Gli ultimi fatti di questi giorni, da un lato la strage compiuta dall’esercito israeliano a Rafah nella striscia di Gaza, con decine di morti e centinaia di feriti, dall’altro la bomba sganciata dall’esercito russo su un ipermercato di Karkiv in Ucraina con altri morti e feriti, sono solo gli ultimi eventi di due conflitti che sembrano non avere spiragli né di una tregua parziale, né di una pace duratura.

Così mentre ci rechiamo al lavoro, scherziamo in famiglia, facciamo sport e pensiamo a viaggi, ci curiamo o camminiamo nelle nostre campagne e colline, ci sentiamo insicuri verso il futuro che ci viene incontro come non mai.

Siamo preoccupati, forse scoraggiati, coscienti che si sta imboccando una strada senza ritorno. Preoccupati per i nostri figli, nipoti, amici, per un domani che ci appare incerto.

Eppure nessuno si ferma, e ne siamo consapevoli, perchè non esiste una classe dirigente internazionale che disponga di leadership in grado di saper aprire una stagione nuova, dove la politica riscopra la cosa principale che è quella di trovare punti di incontro tra idee, verità e ragioni diverse.

Al tempo stesso viviamo con la speranza che domani in qualche modo accada qualcosa che possa interrompere questa corsa verso il precipizio e si continua la nostra personale esistenza come se niente fosse.

Come se si vivesse ancora all’interno di quella stagione dove la terza guerra mondiale era solo un rischio remoto e un’ipotesi impossibile, per la capacità di ragionamento che guida chi ha compiti di responsabilità, mentre tutto ciò fa parte ormai di un passato che non c’è più.

Eppure, viste anche le imminenti elezioni europee, è proprio questo il tema più importante che abbiamo di fronte a noi.

Più importante delle nostre scelte personali, di tanti e gravi problemi che affliggono il nostro paese, perchè è solo nella pace che si può costruire il nostro futuro.

Ci rendiamo conto che è necessario anche cambiare il ruolo dell’Unione Europea, arrivando finalmente ad avere una politica estera e una politica della difesa comune, ormai diventati indispensabili per non diventare irrilevanti nello scenario internazionale e per non restare solo succubi degli Stati Uniti all’interno della Nato.

Se si eccettua la guerra nei Balcani tra i paesi dell’ex Jugoslavia degli anni ’90 (di cui la comunità occidentale ha grande responsabilità) un vantaggio lo ha certamente dato la convivenza di più stati insieme nel nostro continente; quella di evitare per 70 anni lo scoppio di un conflitto in Europa.

Oggi non è più così: l’occupazione Russa di una parte del territorio dell’Ucraina e l’attacco del suo esercito in varie parti del territorio ucraino, hanno aperto un fronte che in questi due anni e mezzo ha solo avuto una continua escalation, in un contesto dove l’Europa non riesce ad avere alcun ruolo diplomatico.

Ma la strada che si cerca di percorrere è invece quella di fornire solo armi all’Ucraina in modo da contrapporsi alla Russia solo con la legge del più forte, seguendo il motto “se vuoi la pace prepara la guerra”.

Così si arriva a proporre l’utilizzo delle armi anche europee per attaccare il territorio russo, oppure a proporre di inviare soldati di paesi della Nato in territorio ucraino, si investe sempre più in armamenti nei bilanci degli stati, si pensa di difendere la democrazia con l’uso della forza, in un momento di grandi cambiamenti geopolitici a livello internazionale.

Sembra una strada senza uscita, in una guerra che vede un solo vincitore: i produttori di armi e i loro azionisti.

Si arriva poi al conflitto tra Israeliani e Palestinesi, dove a un eccidio terribile commessa da Hamas lo scorso 7 ottobre, si sta rispondendo ormai da mesi e mesi con una strage continua di persone inermi.

Non si riesce a fermare questo massacro che vede ogni giorno morire nella striscia di Gaza decine di persone, tra cui molte donne e bambini, causando una spirale di odio sul quale si formeranno e cresceranno le nuove generazioni di giovani palestinesi.

Intanto gli ostaggi in mano ad Hams continuano a morire e i valori che sono alla base dello stato democratico israeliano viene demolito giorno dopo giorno dai suoi governanti.

Non è  un caso se si assiste alla ripresa nell’opinione pubblica del pensiero antisemita verso il popolo ebraico.

Ma anche in questo caso, come sta avvenendo per il conflitto in Ucraina, nessuna risoluzione Onu, e nessuna sentenza della Corte dell’Aja, è in grado di fermare l’escalation in corso.

Nessuna strategia politica di mediazione diplomatica si intravede nel tunnel che si sta percorrendo per nessuno dei due conflitti, che poi si sommano agli altri grandi fallimenti della diplomazia, come la guerra civile in Siria, lo scontro tra diverse fazioni in corso in Libia, le tante guerre regionali presenti in Africa, la contesa pericolosissima tra la Cina e Taiwan, il tradimento compiuto verso il popolo afgano. 

Tutte le soluzioni sembrano percorrere la strada che porta a un armamento folle e pericolosissimo da parte dei singoli stati, anche in Occidente.

Non è un caso che la pace è diventato uno dei problemi principali sentito dai cittadini europei che oggi come non mai sentono a rischio quello che è stato un valore e una condizione di vita mai messa in discussione in questi decenni di convivenza nel nostro continente.

È il momento che anche in Italia e nell’Unione Europea nasca un forte dissenso da parte dell’opinione pubblica contro la posizione assunta in questi ultimi due anni e mezzo dalla maggior parte delle forze politiche che è stata principalmente di sostegno armato all’Ucraina, e spingere i politici dell’Unione ad aprire finalmente un canale di negoziati, facendo pressione su Stati Uniti da un lato e Cina dall’altro, per portare al tavolo di trattativa i due paesi in conflitto.

Nel conflitto israelo palestinese occorre che tutti i paesi dell’Unione Europea (Italia compresa) facciano la scelta di Spagna, Irlanda e Norvegia riconoscendo formalmente lo stato palestinese per isolare politicamente il governo Netanyahu, anche perchè da sempre l’Europa è favorevole alla costruzione di due stati che convivano insieme.

L’Unione dovrebbe comportarsi come la Spagna che ha impedito che navi cariche di armi verso Israele facciano scalo nei suoi porti, fino ad arrivare a un embargo della vendita di armi a chi ne fa un uso così scellerato.

Passi non risolutivi ma necessari per invertire una rotta che ci sta portando solo alla deriva.

“Se vuoi la pace prepara la guerra” non è ciò che vogliono gli italiani e gli europei, ma è la risposta povera e debole di chi non sa seguire la strada della vera politica che è ricerca di soluzioni in un mondo complesso e fatto di tante verità, attraverso il pieno riconoscimento gli uni degli altri.

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