Siate eretici: l'eretico ha poche certezze e tante domande, l'unico modo per essere sempre in cammino

Dalla società della parole alla comunità degli sguardi

“Io mi sento responsabile appena un uomo posa il suo sguardo su di me” scriveva qualche tempo fa Fëdor Dostoevskij ed è la frase da cui vorrei partire in questa mia riflessione sulla nostra società che credo viva oggi una fase storica di cambiamento anche nel suo modo di comunicare . Stanno cambiando le relazioni tra le persone e dal mondo delle strette di mano e delle parole, siamo passati in poche settimane nella relazione degli sguardi. Le mascherine che portiamo, l’impossibilità di toccarci, la distanza fisica che dobbiamo tenere, hanno reso gli occhi il primo strumento di comunicazione tra gli uomini. Dal tatto, dal parlare siamo oggi costretti a rialzare i nostri occhi per incrociare lo sguardo altrui. Una forma di linguaggio che, nell’epoca della prossemica che ha caratterizzato questi decenni, avevamo perso e che ora proviamo a imparare, a conoscere ed a capire. Lo sguardo ci costringe a non restare in superficie con tutto ciò che questo comporta e comporterà nella nostra vita individuale e sociale.

“Eppure negli occhi da sempre si cela la parte più profonda di noi. L’anima di una persona è nascosta nel suo sguardo, per questo abbiamo paura di farci guardare negli occhi”. Con un salto nel tempo é Jim Morrison che ci porta davanti all’essenza di quella che sarà la società degli sguardi. Difficile nascondere i sentimenti che proviamo e che il nostro sguardo trasmette, solo che noi abbiamo smesso di guardare le persone negli occhi. Il coronavirus ci riporta alle origini della nostra civiltà, perché tornare a guardare negli occhi gli altri, vuol dire anche tornare a guardare non solo le persone, ma anche il mondo che ci circonda. Per la prima volta noi occidentali siamo costretti a comunicare come le donne orientali, Con il loro volto coperto e attraverso quegli occhi che scrutano il mondo e parlano. Anche se dalla bocca usciranno parole i nostri occhi si concentreranno sugli occhi dell’altro alla ricerca del significato vero di quelle parole.

Ma cambierà anche il nostro modo di vedere il mondo che ci circonda, se impareremo a guardare ad altezza degli occhi. Penso alla natura, alla campagna, alla terra che in queste settimane sta esplodendo nella bellezza della primavera che vuole essere guardata perché ci vuole parlare. Vediamo i colori di prati, colline e montagne e le loro diverse tonalità, che si riappropriano anche delle nostre città, dove la persona si sente più ospite che proprietaria, scoprendo da un lato la forza della natura e dall’altra la nostra fragilità umana. E’ quasi uno sguardo di contemplazione che ci riavvicina al nostro essere non creatori, ma creature.

In questi giorni di prima piccola riapertura alla vita dopo settimane di isolamento, abbiamo guardato con occhi diversi le persone che passeggiavano insieme, o si muovevano in bicicletta, scoprendoci ciascuno compagni di viaggio, mentre prima i nostri occhi non incrociavano quegli degli altri, chiusi in un mondo che ci rendeva meno compagni e più estranei. Abbiamo riscoperto la bellezza di un saluto, di un sorriso, che nasce dal sentirsi parte di uno stesso cammino. Lo sguardo porta all’accoglienza e alla solidarietà. Questo sguardo che stiamo riacquistando, che cerca in profondità e guarda oltre il presente e l’immediato, ci permette anche di dare un peso diverso alle parole che vengono dette.

“Gli occhi ti dicono quello che uno è; la bocca quello che è diventato”, scriveva lo scrittore inglese John Galsworthy all’inizio del ‘900 e il mio pensiero è volato alla politica e anche a quanto da oggi in poi, nella comunità degli sguardi, faremo più attenzione a quello che ci comunicano gli uomini politici. Sì perché questo nostro nuovo guardare, ci permette meglio di capire le parole che dicono, e ci spinge a scrutare prima di tutto chi sono, cosa hanno fatto e fanno, quanto sono attendibili o meno. La loro storia conterà più delle parole dette; anche quelle sparse sui social non ci basteranno più. Ci fideremo meno dei loro pensieri. Se una volta ci bastava a superficie delle loro parole, reimparando a leggere nello sguardo, andremo a vedere nella loro anima, celata non nella loro bocca ma nei loro occhi e nella loro vita.

“Dio ha voluto che lo sguardo dell’uomo fosse la sola cosa che non può nascondere” scriveva Alexandre Dumas – Padre e mi viene da pensare che sarà una società più esigente quella degli sguardi che stiamo costruendo, perché saprà guardare oltre le parole e cercherà di andare a vedere cosa accade negli ospedali, nelle banche, nelle aziende, negli uffici pubblici, nelle scuole, nelle chiese, nelle strade delle nostre città e cercherà di vedere quanto la nostra dignità viene tutelata o calpestata in questi spazi. Le pacche sulle spalle, le strtte di mano, non basteranno più, perchè quando avremo reimparato a guardarci negli occhi, andremo lì a cercare risposte e scopriremo meglio se uno vuole sedurci e fregarci, oppure se ci sta dicendo una verità.

E forse impareremo a scrutare il mondo con gli occhi di Dio, come quel Gesù che guarda la Samaritana al pozzo non per giudicarla, ma per dirle che il futuro offre a lei l’acqua della vita, o come quel Gesù che se ne frega del giudizio della gente e guardando Zaccheo l’esattore delle tasse gli dice che sarà da lui a cena. Lo sguardo precede sempre le parole e lo sguardo accoglie. Chissà potremo per la prima volta realizzate le parole della bellissima canzone di Fossati “Mio fratello che guardi il mondo” e attraverso il nostro sguardo che si alza e cerca gli occhi dell’altro, chiunque esso sia, si può provare a tracciare quella strada sotto il mare celata dentro il nostro cuore..