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Dallo sgombero di Primavalle il messaggio di speranza del bambino che se ne va con i libri in mano

Lo sgombero di Primavalle a Roma avvenuto
pochi giorni fa e la relazione Invalsi sulle condizioni della scuola in Italia,
sono due temi che, seppur diversi, ben rappresentano il quadro di un paese che
sta vivendo una lenta, ma lunga fase di declino.
Quanto sta accadendo è poi espresso in
modo chiaro dalla foto del bambino che esce da quello che fino a pochi minuti
prima era il suo tetto con i libri in mano, quasi fosse l’unica ricchezza e
l’unica risorsa da portare via per il suo futuro.
Si respira molta speranza dalle parole di
quel bambino quando dice che “comunque continuerò a studiare”,
diversamente da quanto invece ci trasmette lo sguardo triste del poliziotto che
accompagna con gli occhi la partenza del piccolo, verso il suo incerto futuro.
Incertezza e smarrimento è ciò che si
respira non solo a guardare quella immagine, ma soprattutto quando si
analizzano i dati che emergono sula condizione attuale sul piano culturale ed
educativo del nostro amato “bel paese”.
Secondo uno studio effettuato
dall’Istituto Carlo Cattaneo per la Fondazione Feltrinelli, in Italia circa il
30% della popolazione adulta dai 25 ai 65 anni, si trova in una condizione di
analfabetismo di ritorno, con gravi difficoltà nella lettura, nella
comprensione di un testo, nel calcolo matematico.
In pratica, nonostante
che in Italia si abbia un alto tasso di alfabetizzazione che sfiora quasi il
99%, e dunque una persona durante gli anni di scuola abbia avuto la possibilità
di acquisire le conoscenze necessarie alla scrittura e alla lettura, nel
corso della sua vita, a seguito del mancato esercizio delle conoscenze
acquisite, perde quanto ha imparato. Un analfabeta di ritorno è colui che ha
perso la capacità di utilizzare il linguaggio scritto o parlato per formulare e
comprendere messaggi e, in senso più ampio, di comunicare con gli altri e il
mondo che lo circonda, con una perdita costante di capacità relazioni e di
confronto, elementi essenziali nella vita di una comunità.
Si parla di milioni di
persone che rendono più povero il contesto sociale dove si vive. Alla povertà
economica dunque si lega anche una povertà culturale che amplia le distanze tra
le persone e favorisce le diseguaglianze sociali.
La relazione Invalsi di
queste settimane rivolta allo studio dell’italiano, della matematica e
dell’inglese mostra un quadro allarmante per quanto riguarda i nostri giovani,
i quali raggiungono risultati adeguati o più elevati solo il 65,4% in italiano,
il 58,3% in matematica e il 51,8% in inglese. Il resto dei giovani non
raggiunge livelli accettabili di comprensione che ne rendono più complicata la
vita, ne fanno dei cittadini meno preparati e dunque un anello debole della
società.
Ma il divario diventa
se si vuole ancor più drammatico quando si analizzano le differenze tra ciò che
accade nella scuola al nord e al sud. In quest’ultima area del paese i livelli
più bassi raggiungono punte del 25%. Si tratta di persone che non sono in grado
di scrivere una mail, di fare acquisti online, incapaci di saper compilare una
modulistica di un ente per presentare una semplice domanda o richiesta.
Un altro dato
allarmante è dato dalla qualità degli istituti e delle forme di insegnamento
che si abbassano notevolmente passando dal nord al sud, rendendo meno equa
anche la scuola e le possibilità che vengono fornite al singolo studente.
Dunque non solo una disparità economica, ma anche territoriale.
Un vero e proprio
tradimento sul piano dell’istruzione dell’art 3 della nostra Costituzione.
A fronte di una
situazione così tragica che vede milioni di persone vivere in un contesto di
disuguaglianza economica e culturale, a livello politico cosa si fa?
Secondo quanto
riportato in queste settimane dal Corriere della Sera la spesa per l’istruzione
nei prossimi anni si ridurrà di 4 miliardi nel triennio, all’incirca del 10%.
Si passa da 48,3 a 44,4 miliardi nel giro di tre anni, con una riduzione delle
risorse sia per l’istruzione primaria (da 29,4 a 27,1 miliardi di euro) che per
quella secondaria (da 15,3 a 14,1 miliardi).
Tutti numeri che
inducono a creare uno scenario preoccupante per un paese che assiste a un lento
declino culturale che è frutto di scelte che sono avvenute negli anni.
I dati pubblicati in
questi giorni dal Sole24Ore confermano gli scarsi investimenti dell’istruzione
in Italia. Secondo le statistiche, il nostro paese spende il 4,1% del Pil,
l’8,1% della spesa pubblica per l’educazione dei suoi cittadini, diversamente
da quanto avviene invece in Germania (si spende il 4,5% del Pil e il 10,3%
della spesa pubblica), in Francia (8,5% e 9,7%), in Inghilterra (5,7% e 13,1%),
in Spagna (4,2% e 9,5%). Dati che ci collocano agli ultimi posti dei paesi
dell’U.E. 
Analfabetismo
di ritorno, risultati scadenti dei nostri studenti, diminuzione del livello di
qualità delle nostre scuole, perdita costante di risorse economiche investite,
sono gli elementi di un declino costante che fanno dell’Italia un paese dove si
ampliano le forme di diseguaglianza sociale, le forme di povertà (non solo
economica), che possono portare anche a una crisi dello stato democratico, con
le persone portate sempre più alla delega e non ad una assunzione diretta di
responsabilità.
Tutti
elementi che favoriscono anche la perdita di diritti, con una parabola in
discesa che sembra ampliarsi sempre più.

Da quello
sgombero di Primavalle (che tanti hanno salutato come un ritorno all’ordine e
alla legalità, anche se sta privando centinaia di persone dei più elementari
diritti di dignità), la foto del bambino con i libri in mano che se ne va verso
il suo incerto futuro e con la sua volontà di continuare a studiare,
rappresenta la speranza di salvezza per tutti coloro che per scelta,
inconsapevolezza o impossibilità, decidono o sono costretti a restare in una
illusoria ignoranza.
“Continuerò
a studiare, nonostante tutto” è il messaggio da salvare e custodire, perché
quel piccolo bambino ha la consapevolezza di quanto lo studio e quei libri
saranno importanti per il suo domani.
Un messaggio
che dobbiamo fare nostro.