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Diego e Paolo, così diversi e così unici, simboli di un calcio che non esiste più’

E’ proprio un anno di grande tristezza questo 2020 che sta per lasciarci, anche per il mondo del calcio che si sta spegnendo giorno dopo giorno, non solo per le perdite di grandi giocatori come Diego Armando Maradona e Paolo Rossi, ma perché si sta chiudendo insieme a loro, un modo di sentire questo sport che ha accomunato atleti e sportivi, fino a coinvolgere intere comunità. E’ il vuoto che deriva  dalla mancanza di contatto, di sguardi, di vittorie e sconfitte che rappresentavano le vittorie e le sconfitte anche di un popolo, non solo una squadra, e racchiudevano l’essenza stessa di sentirsi qualcosa di più che semplici tifosi. Questo 2020 ci ha invece portato stadi vuoti, partite senza il calore del pubblico e in questa prospettiva le partite perdono quasi di senso. Se uniamo il vuoto e il silenzio dei campi, a un gioco in questi anni sempre meno spettacolare e fantasioso, quasi privo di anima e inventiva, racchiuso tra tattiche esasperanti e goal troppo spesso realizzati da situazioni di palla non in movimento, resta ben poco del calcio che ha suscitato, nelle persone della mia generazione, emozioni che ancora restano vive e inalienabili nei nostri ricordi.

L’organizzazione del gioco oggi prevale sulla qualità e quando questo avviene ciò va a discapito della creatività e della spettacolarità. Ecco perché oggi un goal provoca meno entusiasmo. Così ci troviamo con allenatori di squadre giovanili che già all’età di 12 anni insegnano ai nostri ragazzi non il gusto di uno stop o di un palleggio, o di un dribbling, ma la posizione giusta da tenere in campo. Un calcio sempre più ragionato e meno fantasioso, di troppi soldi e poca gioia, al quale si sommano in  queste settimane anche perdite così grandi come quella di Diego Armando Maradona e ora di Paolo Rossi. Sembra quasi un gioco del destino, o forse è solamente un segno dei tempi che stiamo vivendo. La loro scomparsa avviene nel momento più grigio di questo sport che ha acceso di colori la nostra vita. Uno sport dove il dio denaro muove tutto e così una società oggi non acquista più un giocatore, ma un’intera azienda fatta di muscoli che si muovono in campo e di business che producono fatturato.

E allora, per chi come me ha giocato a calcio nei loro anni, che ha vissuto cosa vuol dire sentirsi squadra e parte di un gruppo, che ha gioito per le magie di Maradona e per i goal di rapina di Paolo Rossi, parlare di loro, rivedere le loro reti, ma rivivere anche le loro storie personali è come riattraversare quei tempi e quelle situazioni. Non è da ora naturalmente che questo avviene: basta pensare a quello che ha suscitato in Italia la vittoria del campionato del mondo nel 1982 rispetto a quella avvenuta nel 2006, sicuramente meno sentita, non solo per le partite giocate, ma perché il calcio da un punto di vista sociale era già cambiato. La morte di Diego e Paolo ha reso questa realtà ancora più forte e tangibile. Basta aver guardato in questi giorni i due film a loro dedicati e ci si rende conto anche di quanto questo nostro paese è mutato, non solo in questo sport, ma in quei valori di unità e di solidarietà che invece ci avevano fatto uscire da una stagione difficile come quella della fine degli anni ’70. Allora guardiamo per un attimo la storia di questi due stupendi giocatori

L’argentino Diego ha dato il meglio di sé nella nostra Napoli, l’italiano Paolo si è fatto conoscere al mondo nel mondiale in Argentina. Italia e Argentina unite da Diego e Paolo. Nei tre mondiali in cui si sono incrociati (1978, 1982 e 1986) e dove sempre si sono scontrate le loro nazionali (2 vittorie per gli azzurri e un pareggio) i due grandi calciatori si sono quasi scambiati di mano la Coppa del Mondo. Paolo Rossi fu l’attore principale della vittoria del 1982; indimenticabile la sua tripletta al Brasile. Diego Armando Maradona fu il protagonista assoluto del mondiale del 1986; impossibile non ricordare i due goal alla nazionale inglese, tra cui la famosa rete della Mano di Dio. Entrambe quelle nazionali rappresentarono anche un forte valore politico: l’Italia usciva dagli anni di piombo, l’Argentina da pochi anni aveva perso la guerra delle Isole Falkland proprio contro l’Inghilterra che aveva vinto. Diego Armando Maradona e Paolo Rossi erano uomini molto diversi, sia in campo che nella vita; il primo dalla tecnica sopraffina e dalla vita esagitata, l’altro con un grande fiuto del goal, senso della posizione, e con una vita più serena e normale. Il primo sempre al centro della ribalta anche nella vita privata, l’altro schivo, riservato, così riservato da nascondere a tutti anche la sua malattia. Ma entrambi sempre a contatto con la gente, persone ricche di umanità.

Se Diego Armando Maradona era un trascinatore in campo in grado di risolvere con una magia partite bloccate, Paolo Rossi era l’uomo giusto al posto giusto, il giocatore che sapeva mettere in porta una palla che sbucava improvvisa e nella quale solo lui credeva, pronto a toccarla con una coscia, con la testa o una parte del corpo per metterla in rete. Una rapidità nell’esecuzione unica. Due uomini dal fisico non eccelso, il primo un po’ grassottello, l’altro troppo esile e dalle ginocchia deboli. Così lontani dai giocatori di oggi, con fisici costruiti in palestra, in uno sport dominato essenzialmente dalla prestanza fisica. Tutti e due, per motivi diversi, hanno lasciato troppo presto il calcio giocato, chi per problemi fisici chi per doping. Entrambi hanno subito condanne dalla giustizia sportiva. Maradona dopo la condanna per doping ha in pratica smesso di giocare; Paolo Rossi, dopo la condanna per il calcio scommesse, ha invece saputo trarre dentro di sé la forza per costruire, dopo aver scontato la pena, la parte più bella della sua carriera. A modo loro e nella grande diversità hanno comunque rappresentato un calcio che oggi non esiste più, fatto di maggiore umanità. Ma entrambi hanno fatto vibrare il nostro cuore, hanno reso meravigliose notti diventate grazie a loro magiche ed hanno dato forza a una umanità in cerca di riscatto. Per questo rimarranno nei nostri ricordi tra le cose care. Paolo Rossi amava dire che  “un campione è un sognatore che non si arrende mai”. vero Paolo e noi neanche oggi vogliamo smettere di sognare, provando ad essere i campioni della nostra vita.

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