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I sentieri per la felicità

Non so se avete avuto la fortuna di conoscere o di incrociare nel vostro cammino persone come Ermes Maria Ronchi e Marina Marcolini, fondatori della Casa dei sentieri e dell’Ecologia integrale nel vicentino nel convento di Santa Maria del Cengio, un presidio della Laudato Si proposto da Papa Francesco. 

Un uomo e una donna stupendi che insieme riescono a dare una visione della spiritualità umana che tiene conto della sua parte maschile e della sua parte femminile, avvicinandoci a una conoscenza di Dio più completa e reale.

In queste settimane ho avuto la fortuna di leggere il loro ultimo libro dal titolo “C’è dell’oro in questo tempo strano”, che hanno scritto durante questo lungo tempo della pandemia.

“Sentieri” è il capitolo che più mi ha colpito di Ermes Maria Ronchi.

I sentieri non sono mai lineari, così come non lo è la nostra vita; sono fatti per un cammino lento, per riscoprire tutti i nostri sensi, per sperimentare cose nuove. 

I sentieri rappresentano bene le nostre storie personali, fatti di passi in avanti, di fermate, a volte di ritorni indietro, di soste e di cadute.

Rivolgendo il nostro sguardo verso un sentiero possiamo pensare che noi siamo delle persone comunque “incamminate”. 

L’uomo e la donna non sono fatti per stare fermi a lungo, ma il nostro è sempre un viaggio, dove l’invito non è tanto rivolto alla meta da raggiungere (che possiamo rappresentare con il nostro futuro) ma al presente concreto dato dal passo che stiamo facendo oggi, dallo sguardo di questo momento, dall’incontro/i di questa giornata, che sono il dono che la vita ci offre come spazi di crescita.

Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso, chi non cammina, chi si ferma” scriveva Marta Medeiros; queste parole ci fanno capire come sia importante per tutti noi essere persone incamminate.

Nella parte del libro scritto da Marina Marcolini mi ha colpito il capitolo intitolato “Felicità “.

In queste pagine la scrittrice si pone una domanda molto importante: come mai noi dei paesi ricchi posticipiamo sempre la felicità? C’è sempre un “se” che l’allontana da noi, che ci impedisce di vivere e di gustare il presente.

Se io avessi fatto , se io avessi potuto, se mi fossi comportato in modo diverso…..

Sono le domande che ancora manifestano una nostra insoddisfazione di fondo proiettati questa volta verso un passato che ci impedisce di gustare della realtà del presente.

Insomma lo sguardo rivolto al futuro da un lato e il ritorno al passato, ci allontanano da quanto di importante accade nel nostro presente.

Queste riflessioni mi portano a un altro bellissimo libro che sto terminando di leggere dal titolo “I quattro maestri” di Vito Mancuso, dedicato a Socrate, Buddha, Confucio e Gesù.

Nella sua introduzione al libro anche Mancuso parla della ricerca della felicità; una felicità basata sulla nostra condizione di esseri sociali e pensanti dove ciò che conta è “riuscire a non lasciar morire l’umano nell’uomo”, una citazione che l’autore riprende dallo scrittor sovietico Vasilij Grossman.

Per Mancuso “l’umano nell’uomo” è uno spazio vuoto che sta tra il nostro corpo, la nostra capacità di ragionare e di sentire e la passione del cuore.

Per Mancuso questo spazio vuoto è la libertà quando essa è rivolta verso il bene e la giustizia.

Il compito principale della nostra vita è quello di colmare questo spazio vuoto per diventare liberi, giusti, buoni.

La felicità non nasce da un desiderio di avere, di possedere, di gestire il potere, neanche  dal fare, ma nello “stare in armonia” con se stessi, con la natura che ci circonda, con gli altri che incrociamo nel nostro cammino, perché noi umani siamo soprattutto esseri di “relazione”.

I sentieri rappresentano il cammino verso la nostra felicità, che è un cercare giorno dopo giorno, momento dopo momento, incontro dopo incontro, di dare un senso allo spazio vuoto che ci abita, di non lasciar mai morire dentro di noi l’umano che è in noi, percorrendo passo dopo passo la strada della giustizia, della verità e della libertà.

Nel presente che anche oggi viviamo.

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