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Il 25 Aprile a Sarajevo

La prima cosa che colpisce camminando lungo il centro di Sarajevo è la congiunzione chiara tra il pensiero occidentale, rappresentato dalla zona austro-ungarica della città e il pensiero orientale rappresentato dalla zona ottomana.

C’è un punto ben preciso che delimita le due aree chiamato “Sarajevo Meeting of Cultures”, l’incontro delle culture.

Capisci cosa significa scattando una foto dai due lati della strada.

Da una parte sembra di essere nella vecchia Vienna con i suoi palazzi storici, le sue chiese, i suoi negozi, dall’altra a Istanbul con i suoi minareti, palazzi fantasiosi e vivaci, piccoli bazar.

C’è poi chi ha chiamato Sarajevo come la Gerusalemme d’Europa luogo d’incontro tra l’Islam, il Cristianesimo e l’ebraismo (anche se quest’ultima comunità si è oggi fortemente ridotta).

È impossibile non ammirare le tante e diverse moschee, ma insieme a loro le bellissime cattedrali ortodossa e cattolica.

Tutto sembra dar vita a una cittadina tollerante, aperta, in grado di apprezzare le diverse culture.

Eppure la sua storia recente è lì a raccontarci una città diversa, dove la paura, la morte, la fuga, sembravano prevalere.

È con questi sentimenti e stati d’animo che mi trovo a trascorrere qui, nel cuore dei Balcani, questo 25 Aprile.

Un 25 aprile particolare che mi vede in queste ore a Sarajevo.

Un aprile in cui si ricorda che 79 anni fa in Italia si arrivò finalmente alla liberazione dal nazifascismo.

Ma anche un aprile dove, 47 anni dopo, questa città ha vissuto lunghissimi mesi di assedio, con il rischio di far precipitare nuovamente l’Europa in un conflitto spaventoso.

La capitale bosniaca che più di tutte è stata il crocevia dell’incontro tra culture diverse, si trovò a vivere, nella notte tra il 4 e 5 aprile del 1992, l’inizio di un assedio durato ben 1427 giorni, il più lungo mai avvenuto nell’Europa moderna.

Se in Italia aprile segna l’inizio di una nuova storia di libertà,  in Bosnia Erzegovina segna l’inizio di una nuova storia di oppressione.

Ecco perché questo 25 Aprile ha un senso particolare e suscita tante emozioni e sensazioni.

Emozioni e sensazioni che sono il cuore di questo viaggio attraverso la Bosnia Erzegovina.

Un viaggio iniziato nella città di Srebrenica con la visita al Memoriale che ricorda le 8.372 vittime innocenti di fede musulmana, uccise dall’esercito serbo guidato da Mladic.

Fu in quel “cammino della morte” intrapreso tra l’11 e il 18 luglio 1995 da circa 15 mila uomini e ragazzi che, per cercare di sfuggire ai serbi e raggiungere Tuzla a piedi (distante 100 km), che moltissime di queste persone furono raggiunte dai soldati, fucilati e seppelliti in fosse comuni.

Mentre si compiva la mattanza di Srebrenica, l’assedio di Sarajevo da parte dell’esercito serbo bosniaco non si era ancora concluso. Terminerà solo il 29 febbraio 1996.

Un assedio iniziato pochi giorni dopo la dichiarazione di indipendenza da parte della Bosnia – Erzegovina, avvenuta nel marzo del 1992, che aveva in Sarajevo la sua capitale.

Il 5 aprile 1992 uomini armati spararono sulla folla di migliaia di persone che partecipavano a una marcia per la pace spontanea, e nei giorni successivi, dalle colline intorno a Sarajevo le forze serbo-bosniache iniziarono il bombardamento della città con mortai, carri armati, mezzi pesanti.

Senza dimenticarci dei tanti cecchini dislocati in diversi punti strategici e in cima agli edifici più alti, che sparavano e lanciavano granate quotidianamente sui civili.

Sulla città, secondo le stime delle Nazioni Unite, durante l’assedio caddero una media di oltre 300 proiettili di artiglieria al giorno.

I bombardamenti e i cecchini uccisero circa 10.000 persone, e ne ferirono altre 50.000.

La notte tra il 25 e il 26 agosto 1992 è stato fatto un danno inestimabile e irrecuperabile.

La Biblioteca Nazionale, “La Viječnica”, bruciò fino alle fondamenta e il suo contenuto di libri e codici antichi venne interamente distrutto.

Era una delle più ricche biblioteche d’Europa e il suo tesoro è andato perduto per sempre.

Il 5 febbraio 1994, l’artiglieria serba comandata dal generale Ratko Mladic colpì un mercato di Sarajevo, causando 68 morti.

Per permettere l’ingresso di aiuti umanitari nella città, venne scavato uno stretto tunnel, lungo circa un chilometro, dai sobborghi della città fino alla zona dell’aeroporto.

Sarà chiamato il “tunnel di Sarajevo” e da lì passarono per mesi armi, cibo e materiali di ogni tipo.

Oggi lungo le strade della città si incontrano ancora le cosiddette “rose di Sarajevo“, tracce lasciate nell’asfalto e sui muri dallo scoppio delle granate e poi riempite di resina rossa per ricordare il luogo delle esplosioni.

E sulle facciate di tanti edifici del centro sono visibili i buchi causati dai colpi di artiglieria sparati sui muri.

La popolazione della città è oggi di circa 350.000 abitanti, ed ha perso circa 70.000 persone dall’assedio, morte o fuggite via per sfuggire a questa tragedia.

Dati, fatti, eventi che diventano tante storie personali e collettive, di cui dobbiamo fare memoria e sulle quali ci dobbiamo interrogare.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, dopo il nostro 25 Aprile, Srebrenica e Sarajevo, sono lì a raccontarci ancora una volta che la libertà è una conquista da rinnovare tutti i giorni, sono il senso di un cammino dove niente è scontato.

La stessa guerra in Ucraina, la tragedia del 7 ottobre e la mattanza di Gaza, le tante innumerevoli guerre ancora oggi in corso, le stragi in vario modo perpetrate dall’uomo, sono il segno che ciascuno di noi non deve rinchiudersi nelle proprie poche e fragili convinzioni, ma dare spazio e valore alla diversità.

Il 25 Aprile a Sarajevo è per me da un lato festa ma al tempo stesso anche tragedia, libertà ma anche oppressione, speranza e paura, perché ciascun uomo ha dentro di sè la bellezza e la disumanità.

È nostro personale cammino nella storia, far vincere la bellezza e sopprimere ogni forma di disumanità …

Solo così saremo liberatori e liberati….

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