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Il carcere luogo di violenza, segno di una Costituzione dimenticata

Ore e ore di pestaggio nei confronti di detenuti trattati come bestiame, carne da macello; è quanto emerge dai filmati ora resi pubblici ed è quanto è accaduto all’interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile del 2020 poche settimane dopo lo scoppio della pandemia.

Detenuti che stavano protestando chiedendo la fornitura di mascherine e l’effettuazione di tamponi dopo le notizie che stavano filtrando su quanto accadeva nei carceri del nostro paese con il dilagare dei contagi.

Le parole dell’associazione Antigone, che si batte per i diritti dei carcerati, sono chiare al riguardo: “Il primo elemento che emerge dalle indagini è la pianificazione della rappresaglia. Dalle conversazioni via whatsapp avvenute tra gli agenti, emerge chiara la voglia di vendicarsi per le proteste inscenate dai detenuti nei giorni precedenti. La vendetta si consuma sempre con un’azione spettacolare di forza e violenza. L’operazione a Santa Maria Capua Vetere, che viene giustificata con l’esigenza di fare una perquisizione straordinaria alla ricerca di armi improprie, è condotta da centinaia di agenti quando oramai in carcere non c’era più tensione”. 

Oggi ci sono 52 agenti di polizia penitenziaria sospesi dal lavoro e 117 persone indagate anche tra personale con funzioni dirigenziali, grazie l’azione tempestiva portata avanti dalla magistratura e dai carabinieri pochi giorni dopo la cosiddetta “mattanza”.

Si può parlare veramente, come ha detto il Ministro della Giustizia Cartabia, di sospensione della Costituzione.

Non ci sono giustificazioni all’abuso di potere e all’uso scellerato della prepotenza che le immagini provenienti  da quel carcere ci fanno percepire in tutta la sua forza.

La punizione per chi ha commesso è permesso tale violenze o per coloro che le hanno coperte, non potrà che essere esemplare.

Ma quanto accaduto pone nuovamente alla ribalta la situazione delle carceri italiane, con detenuti che vivono in condizioni non degne di una persona, molto spesso in situazione di sovraffollamento con di condizioni igieniche precarie  e dove gli stessi agenti di polizia penitenziaria sono costretti a turni massacranti di lavoro.

Il carcere non è un luogo dove si impara a uscire dalla violenza e si sconta una giusta pena per quanto si è commesso cercando di ricostruire una speranza di vita futura, ma un luogo dove si continua a respirare e subire violenza e dove vige la legge del più forte. Uno spazio di disumanità che rischia di contaminare tutti coloro che li vivono o lavorano.

Ci sono tanti sconfitti a causa di questa realtà: non solo i detenuti che vivono in tali condizioni, non solo  la maggior parte degli agenti che cerca di operare con dignità e rispetto delle persone, ma anche lo stato democratico, la nostra Costituzione e tutti noi cittadini che crediamo nelle nostre istituzioni.

Ma certe cose non nascono solo per l’arroganza o la certezza di impunità di qualcuno, bensì hanno origini più profonde, ad iniziare dall’incapacità della politica di provare a disegnare un percorso che nel tempo possa portare all’attenuazione di questo problema che riguarda tutti noi come paese e come comunità che pone al centro il rispetto della dignità delle persone, in qualunque situazione esse si trovino a vivere.

Lo scorso 21 giugno il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale ha presentato la relazione al Parlamento 2021.

Nella sua relazione il Garante Mauro Palma ritiene che il tempo di collocazione in strutture che privano la libertà delle persone non deve essere soltanto tempo sottratto alla vita.

“La finalità rieducativa che la Costituzione assegna alle pene non costituisce soltanto una indicazione per le politiche penali: è un vero e proprio diritto della persona in esecuzione penale, in particolare se detenuta, che deve vedere il tempo che le è sottratto come tempo non vuoto, ma finalizzato a quell’obiettivo che la Costituzione indica”.

La nostra Costituzione ha un senso ed è effettiva se queste parole non restano una semplice enunciazione, ma azione concreta.

E i numeri che emergono dalla relazione Antigone sono emblematici al riguardo.

Le carceri italiane sono tra le più sovraffollate dell’Unione europea con una popolazione complessiva di circa 53.364 persone al 31 dicembre 2020, in netto calo a seguito della pandemia; infatti nel 2019, si sfiorava quota 60.000.

Nel 2020 61 persone si sono tolte la vita negli istituti di pena italiani.

Solo 1/3 dei detenuti frequenta la scuola e solo un detenuto su dieci, invece, ha  una licenza di scuola  superiore, o una laurea. Lavora solo 1 detenuto su 4 e i quelli che hanno datori di lavoro esterni sono solamente il 3,5%. La formazione professionale, in pandemia, si è ridotta ai minimi storici.

Il carcere costa 3,1 miliardi. Il personale penitenziario è scarso e disomogeneo. Su un organico di 37.181 persone, sono 32.545 gli agenti di polizia penitenziaria operativi. In alcune decine di carceri manca un direttore titolare e, rispetto ai 67 mediatori culturali previsti dal Ministero della Giustizia, quelli realmente in servizio sono 3.

L’area penale si compone anche di misure non detentive. Sono 61.589 le persone in misura alternativa alla detenzione, sanzione sostitutiva, libertà vigilata, messa alla prova, lavori di pubblica utilità.

Al 31 dicembre 2020, la popolazione detenuta straniera in Italia proveniva soprattutto dall’Africa, con 9.261 persone. Dall’area UE provengono 2.691 detenuti.  Le donne delinquono pochissimo, sono solo il 4,2%.

Da questi numeri occorre ripartire per disegnare una riforma carceraria dove la pena non sia solo un tempo vuoto in cui trova spazio ancora la violenza, ma un tempo di recupero del senso della vita.

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