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Il Giorno del Ricordo, un altro momento per cambiare noi stessi

Basovizza è un piccolo borgo del comune di Trieste, al confine oggi con la Slovenia.

Ospita una delle foibe più grandi del territorio del Carso, un pozzo minerario profondo oltre 200 metri e largo circa 4 che, durante le fasi finali della seconda guerra mondiale, divenne un luogo di esecuzioni sommarie per prigionieri di guerra di varie nazionalità, di militari, poliziotti e civili italiani della zona del Venezia Giulia, del Quarnaro e della Dalmazia.

Dapprima destinati ai campi d’internamento allestiti in Slovenia, queste persone furono invece uccise dai partigiani comunisti jugoslavi e dalla polizia segreta di quel paese.

Non esiste un numero preciso di quante persone siano state uccise e gettate in quel pozzo.

Basovizza è solo uno dei luoghi dove si svolsero questi massacri, avvenuti in questi grandi inghiottitoi carsici  (chiamati in Venezia Giulia “foibe”) dove furono gettati molti dei corpi delle vittime.

Sono 153 le foibe censite, tra cave, miniere, pozzi o altri luoghi nei quali sono stati trovati resti umani di persone infoibate, dei quali solo una minima parte è stata recuperata.

Migliaia di morti (per alcuni fino a diecimila persone), nei mesi di maggio e giugno del 1945, sono state torturate e uccise e, in gran parte, gettate (molte ancora vive) dentro le voragini naturali disseminate sull’altipiano del Carso triestino ed in Istria.

La Foiba di Basovizza, dichiarata monumento nazionale nel 1992, è uno dei simboli delle atrocità commesse sul finire della seconda guerra mondiale dalle milizie e dai fiancheggiatori del dittatore comunista Tito.

Gli eccidi delle foibe portarono ad un’altra gravissima conseguenza sociale: all’esodo cosiddetto “giuliano dalmata” o “esodo istriano”.

Si tratta dell’emigrazione forzata della maggioranza dei cittadini di nazionalità e di lingua italiana dai territori della Venezia Giulia e della Dalmazia, nonché di un consistente numero di cittadini italiani (o che lo erano stati fino poco prima) di nazionalità mista, slovena e croata.

Coinvolse in generale tutti coloro che diffidavano del nuovo governo jugoslavo di Tito e portò allo svuotamento di interi villaggi e cittadine situate nei territori ceduti dall’Italia alla Jugoslavia.

Si stima che emigrarono dalle loro terre di origine un numero compreso tra le 250.000 e le 350.000 persone.

Questo si commemora ogni 10 febbraio nel Giorno del Ricordo istituito con la legge 30 marzo 2004 n. 92, per “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”

Ogni persona che si sente parte della comunità italiana non può non fare testimonianza di quanto accaduto in quel periodo e quanto continuato dopo con l’esodo di tanti nostri connazionali.

E’ lo stesso Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a ricordarcelo con queste sue bellissime parole. “Per troppo tempo le sofferenze patite dagli italiani giuliano-dalmati con la tragedia delle foibe e dell’esodo hanno costituito una pagina strappata nel libro della nostra storia”.

Non si può far finta che questi eventi non siano accaduti per opportunità o pensiero politico.

Che quella pagina di storia, che non ci piace, non sia stata scritta.

Oppure affrontare in modo superficiale un avvenimento che ha sconvolto la vita di migliaia di persone, che hanno perso la loro vita o che sono state costrette a ricostruirsi l’esistenza in territori lontani e diversi da quelli di origine.

Noi oggi siamo parte anche di quella storia lì, la nostra democrazia, la nostra Costituzione, sono frutto anche del dolore e ldela sofferenza di chi è stato gettato dentro una foiba legato insieme ad altre persone o di chi è stato costretto a lasciare la propria casa e la propria terra con una valigia in mano nella ricerca di un futuro migliore.

Vorrebbe dire in qualche modo anche “falsare” ciò che il nostro paese e le nostre comunità sono oggi, non dare valore e significato a quelle persone che vivono ancora tra di noi, ma che hanno le loro radici in quelle terre.

Sono parte delle tradizioni e della storia di luoghi lontani, figli di familiari emigrati in quegli anni per sfuggire a massacri e persecuzioni.

Anzi, l’esperienza vissuta soprattutto dei migranti della Valle Giulia e della zona della Dalmazia dovrebbe portarci a capire meglio il dolore e la sofferenza dei migranti di oggi, le loro speranze e i loro sogni.

Il Giorno del Ricordo cade poche settimane dopo la Giornata della Memoria, due tra gli eventi più spaventosi del novecento, che insieme al massacro degli Armeni (ovvero le deportazioni e le eliminazioni di armeni perpetrate dall’Impero ottomano tra il 1915 e il 1916 che causarono circa 1,5 milioni di morti) hanno segnato per ferocia e disumanità, il secolo passato.

Ricordare e fare memoria vuol dire per ciascuno di noi impegnarsi ogni giorno per far morire dentro di noi quella parte di “non umanità” che porta alle disuguaglianze tra le persone, alla discriminazione, al considerare l’altro come un qualcosa di meno importante di se stessi, a rispettarne l’unicità e la diversità, al gestire il piccolo/grande potere personale come un servizio e non come un dominio.

Vuol dire da un punto di vista sociale ribellarsi ogni qual volta la politica porta a far prevalicare gli uni sugli altri, perché le persone, le comunità, i paesi non esistono per essere dominati, ma per arricchire tutta l’umanità.

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