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Il nuovo cammino della sinistra

Le priorità degli italiani stanno velocemente cambiando e il rischio che corriamo è quello che chi si occupa di politica non riesca a stare al passo con la società che si trasforma.

Una recente indagine fatta dall’Istituto Ipsos afferma che le priorità degli italiani oggi sono il lavoro e l’economia (76%), la sanità (44%) e il cattivo funzionamento delle istituzioni (31%).

In poco tempo temi come l’immigrazione (26%) e la sicurezza (17%) sono passati da punti prioritari ad aspetti secondari.

Tutto ciò ridisegna l’agenda politica degli stessi partiti, anche dei movimenti che si ispirano ai valori della sinistra.

D’altronde la pandemia ci consegna un paese dove le disuguaglianze, già fortemente presenti nella nostra società, sono ulteriormente aumentate, coinvolgendo soprattutto le donne, i lavoratori precari, gli irregolari, gli autonomi, i residenti delle periferie delle grandi città, i disabili, gli immigrati.

L’Istat ci presenta una fotografia sociale con sei milioni di italiani in povertà assoluta, mentre cresce il numero di miliardari e aumenta anche il loro capitale personale.

Tutto ciò a fronte di un welfare non all’altezza degli standard dei paesi europei più forti (dove viene garantito un reddito minimo, il diritto alla casa e servizi sociali di qualità).

Una povertà economica che diventa sociale e culturale con un tasso di analfabetizzazione di ritorno che riguarda ormai 5 milioni di persone.

Se il lavoro e l’economia sono al primo posto dei pensieri e delle paure del domani dei cittadini, i movimenti riformatori che si ispirano ai valori della sinistra oggi sono chiamati a seguire una strada principale per dare un senso alla loro azione: quella di operare per una più equa ridistribuzione della ricchezza tra i cittadini.

La giustizia sociale diventa l’unica strada da percorrere.

Il divario tra le persone da un punto di vista economico e sociale che si è ampliato tra la fine degli anni ’70 ad oggi in Italia e nel mondo, non è più tollerabile.

La convivenza civile democratica può avere un futuro solo se saremo in grado di diminuire il divario tra ricchi e poveri, costruire una sanità accessibile a tutti, una minore precarizzazione del lavoro, delle istituzioni più vicine ai cittadini, una nuova forma di welfare che tuteli maggiormente le persone più in difficoltà, una scuola che non lasci indietro nessuno.

Le recenti elezioni tedesche e la ripresa della socialdemocrazia in Germania prendono spunto, oltre che dalla perdita di un leader politico come Angela Merkel, anche da un programma i cui pilastri sono gli impegni sui temi dei diritti e delle libertà civili, sulle politiche di inclusione e accoglienza, sul contrasto alla povertà e al rilancio di un piano di investimenti, oltre a una visione dell’economia green. A questi temi si è poi unito quello relativo all’innalzamento del salario minimo garantito.

Temi emersi e diventati parte del dibattito politico di oggi non solo in Germania,  grazie alla svolta compiuta dall’Unione Europea non più chiusa in un rigido controllo economico dei conti, ma aperta alle forme di investimento necessarie per uscire dalla situazione di crisi dovuta alla pandemia.

Venendo al nostro paese, la spinta derivante dal New Generation EU e il conseguente finanziamento del PNRR da parte dell’Unione Europea, stanno spingendo il nostro governo a compiere scelte importanti e a dare il via a riforme già indicate all’interno del piano approvato dove è stato scritto così:

Per essere efficace, strutturale e in linea con gli obiettivi del pilastro europeo dei diritti sociali, la ripresa dell’Italia deve dare pari opportunità a tutti i cittadini, soprattutto quelli che non esprimono oggi pienamente il loro potenziale. La persistenza di disuguaglianze di genere, così come l’assenza di pari opportunità a prescindere da provenienza, religione, disabilità, età o orientamento sessuale, non è infatti solo un problema individuale, ma è un ostacolo significativo alla crescita economica”.

Da queste premesse si intuisce che le scelte e le riforme che il governo Draghi cerca di portare avanti in questi mesi, sono il minimo necessario per invertire la strada e provare a uscire da un liberismo economico che ha guidato gli ultimi 30 anni della nostra vita.  

Dopo la riforma della giustizia e della pubblica amministrazione, ora è stata impostata anche quella della delega fiscale e altre seguiranno nelle prossime settimane (tra cui quella molto attesa della riforma della concorrenza).

Piccoli passi, niente di rivoluzionario,  che dovrebbero spingere nella direzione voluta dai nostri padri costituenti che all’art. 53 scrissero: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

L’altra priorità indicata dagli italiani è il lavoro, dove ormai da anni si è stabilizzata la forma del “precariato”.  Il nostro sembra oggi uno stato sempre più fondato sul lavoro precario e scarsamente retribuito nei livelli più bassi.

Dopo lo Statuto dei Lavoratori (1970) si è assistito a tutta una serie di leggi e riforme che hanno indebolito fortemente il mondo del lavoro con la perdita di diritti personali, di una minore rappresentanza sindacale, di una perdita del potere d’acquisto degli stipendi che hanno ampliato in modo esponenziale il dislivello del rapporto economico tra chi in un’azienda svolge un ruolo di manager e di responsabilità, rispetto alle categorie minori.

Sarà necessario che anche il sindacato cambi atteggiamento sul tema del salario minimo, che speriamo presto possa vedere la sua applicazione anche in Italia, salvaguardando sempre e comunque il diritto alla contrattazione dei singoli contratti di lavoro nazionali e di categoria.

Ricordiamoci sempre che è una grave ingiustizia quella di avere lavoratori che non hanno un salario dignitoso.

Al tempo stesso è necessario arrivare a una riforma del sistema degli ammortizzatori sociali per garantire finalmente una tutela universale a tutti i lavoratori, anche quelle delle piccole aziende.

Anche in questo caso si tratta di pIccoli passi a fronte del drammatico scenario e alla “macerie” economiche, culturali e sociale che il liberismo economico ha prodotto non solo in Italia, ma nel mondo.

Alla sinistra il compito di non fermarsi al PNRR e di non credere che solo attraverso di esso si possa uscire dalla “povertà generale” in cui siamo caduti.

Il cammino della giustizia sociale e della lotta alle disuguaglianze è lungo e richiederà un lungo tragitto.

A tracciare il sentiero verso la giustizia sociale possono essere utili le parole del professore portoghese Boaventura de Sousa Santos, che da anni studia il fenomeno della globalizzazione e i suoi errori:

“Il modello di civiltà in vigore dal XVI° secolo sta raggiungendo il suo limite. I suoi segni più distintivi – natura concepita come risorsa disponibile incondizionatamente, esaltazione della proprietà privata, progresso inteso come forma lineare di sviluppo e come legittimazione del colonialismo, mercificazione di beni falsi (lavoro, terra, conoscenza), accumulo infinito di ricchezza – sono disfunzionali e mettono in pericolo la sopravvivenza stessa della nostra specie. 

L’unica risposta umana sensata è ascoltare e iniziare a cambiare. Il processo di cambiamento richiederà molti decenni, ma deve iniziare adesso. Le dimensioni principali sono le seguenti. La natura non ci appartiene, noi apparteniamo alla natura. Non ci sono diritti umani senza doveri umani. La scienza è conoscenza valida, ma ci sono altre conoscenze valide. Per rispettare la diversità umana è necessario celebrare la differenza e rifiutare la gerarchia tra i diversi. 

La crescita economica infinita, la mercificazione dei beni essenziali, il capitale finanziario non regolamentato e l’obsolescenza pianificata dei beni di consumo sono tutti promotori di crimini contro l’umanità e contro la natura. 

La proprietà individuale deve essere rispettata nella misura in cui rispetta i beni comuni locali, nazionali e umani e i beni pubblici come la salute, l’istruzione e il reddito di base universale. 

Le economie non capitaliste (popolari, cooperative, solidali) devono essere protette quanto l’economia capitalista. L’economia dei fossili basata sul petrolio e sul gas naturale ha i suoi giorni contati. 

È necessario un nuovo equilibrio tra il mondo rurale e il mondo urbano.  Non ci sarà futuro condiviso senza il diritto degli sconfitti del passato alla memoria e alla storia e senza riparazione delle atrocità e dei saccheggi commessi dai vincitori della storia”.

La sinistra ha un senso se fa suoi questi principi e si pone alla guida di questo nuovo cammino.

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