“Quando Dio ama lo fa con gesti umani, quando l’uomo ama lo fa con gesti divini”, è una frase che ama spesso ripetere don Luigi Verdi nelle sue riflessioni su Dio e l’uomo.
Ho sempre pensato a queste parole come al modo in cui si può manifestare la relazione tra il divino e l’umano, più come un avvicinamento di Dio alla nostra umanità per far capire a noi cosa vuol dire amare. Un modo ogni tanto per farci vedere come è l’amore di Dio verso le sue creature.

Non avevo mai pensato invece a queste parole come a un percorso evolutivo personale che si muove nel tempo e nella storia e che ciascuno di noi può vivere, frutto di una relazione con il divino che si basa sulla fiducia e sulla speranza.
Sono pensieri che mi hanno colpito leggendo un piccolo libro dal titolo “Lo stupore di esistere” scritto da Massimo Orlandi per le edizioni di Romena e dedicato all’incontro con il teologo Carlo Molari.
Un piccolo libro ma che ti fa trattenere il fiato, ti illumina la mente e ti apre a nuovi cammini in una dimensione diversa del tuo rapporto con il divino che noi proviamo a chiamare Dio, frutto di un percorso che non nasce oggi, ma che in certi momenti ha necessità di trovare una nuova dimensione.
Così come avviene nelle relazioni importanti che esistono tra le persone, basate sull’affetto e sull’amore.

Si parte dall’immagine di Dio che ciascuno di noi si è costruito dentro di sé, frutto del nostro cammino personale e che dovremmo iniziare a perdere perché non può esistere un’immagine che possa rappresentare Dio.
Fino ad arrivare, quando è possibile, a trovarsi di fronte al nulla, perché niente può farci immaginare Dio.
E’ quanto ci viene chiesto per esempio nella meditazione; il lasciare andare i pensieri su di noi, sulla nostra vita, su chi amiamo, su ciò che ci succede, che ci impediscono in qualche modo il contatto con il divino.
Lui è Altro e la nostra fede altro non può essere che la fiducia in un domani che si costruisce anche qui in questo tempo e spazio. Questa dimensione si costruisce nel silenzio.
Tutto ciò per provare a vivere con maggiore consapevolezza, un cercare poi di pensare ed agire perché ci possa essere in me un’evoluzione, una crescita, che è data dalla mia capacità di stare in relazione con Lui e con il mondo dove vivo, per crescere nella mia capacità di amare, sapendo che la mia umanità, la mia condizione non mi permetterà di raggiungere una meta definitiva (che non è di questa vita), ma che comunque mi posso spingere oltre ciò che oggi sono.
Ecco perché ogni giornata che ci è data da vivere è un’occasione di crescita nelle relazioni che abbiamo, nella spiritualità, nella nostra umanità, nel rapporto con il creato. In questo consiste lo stupore di esistere.

Credo che per entrare in questa dimensione si debba fare dentro di noi un’operazione di distacco da ciò che non conta, da ciò che anzi è di ostacolo al nostro rapporto con il divino e con le creature.
In questo il giovane ricco è perdente. Ma non tutto si decide immediatamente, anzi spesso è frutto di un lungo percorso interiore.
Credo che dobbiamo darci il tempo di vivere il distacco dalle cose, dai ruoli, dalle proprietà, farle diventare secondari, lasciando spazio ad altro. Tutto ciò non può non essere parte del nostro percorso evolutivo.
La lettura, la meditazione o la preghiera, il contatto con la natura, lo spazio alle relazioni vere, lo sguardo rivolto verso chi ha più bisogno, vivere anche momenti di solitudine aiuta.
In questo bellissimo libro c’è una frase del filosofo Alfred Whitehead che mi ha colpito molto: “religione è ciò che l’individuo fa della propria solitudine”. Sostituirei il termine religione con spiritualità e credo che è proprio in questo spazio che si alimenta la nostra fede.

Dio non può non manifestarsi nel tempo e nello spazio se non attraverso le sue creature e le persone in un processo di crescita dove impariamo non a sapere chi è, ma ad avere fiducia che la forza creatrice che è in lui e che io avverto, spinge anche me ad essere migliore.
Vito Mancuso parla di Carlo Molari come di uno dei più grandi teologi della Chiesa moderna. Carlo Molari nella sua riflessione teologica prende spunto per le sue tesi da Pierre Teilhard De Chardin che è stato colui che ha permesso la nascita di un legame tra la teoria della scienza dell’evoluzione e la fede in Dio.
Più di 40 anni fa un “povero prete” di nome don Ivan Cornioli mi diede un libro da leggere che ho ancora qui con me, dedicato proprio a Teilhard De Chardin, dicendomi che era una delle persone più aperte della chiesa post conciliare.
Lessi quel libro capendo ben poco di cosa c’era scritto. Mi colpì però già allora l’idea di un Dio che è energia vitale, forza creatrice come direbbe Molari, quella stessa energia da cui poi la vita si è evoluta nel corso del tempo.

Mi piace pensare che questo mio processo evolutivo, nato in una stanza di una vecchia parrocchia a San Martino sulle nostre colline valdarnesi, quando un giorno di quasi 50 anni fa sentii parlare per la prima volta di chi era Gesù per me da quello stesso “povero prete”, mi abbia condotto oggi qui a queste riflessioni, in un percorso dove la creazione non è già determinata, ma vive una sua evoluzione continua, come l’umanità, nata poco più di 200.000 anni fa e destinata a evolvere di pari passo alla conoscenza che sarà fatta del divino.
Che bella questa idea di un Dio che si manifesta giorno dopo giorno, si fa conoscere sempre più, non come una religione da seguire, ma come il divino che si fa ogni volta più presente, mentre il nostro cammino prosegue nello stupore di una scoperta sempre nuova.
Così anche la mia vita terrena è chiamata ad evolversi fino alla sua fine.
Il tempo e lo spazio sono i luoghi dove Dio agisce attraverso gesti umani, manifesta il suo amore attraverso gli uomini e le donne che accettano questa sua scelta.

Ecco perché quella frase iniziale di Luigi Verdi, oggi mi appare in una sua nuova dimensione.
Quando il tempo e lo spazio termineranno per ciascuno di noi, ci attenderà altro, vivremo un’altra dimensione del nostro essere creature destinate alla vita e non alla morte.
E’ questo il Dio che viene, come lo definisce Carlo Molari, quel Dio che ci permette in questa prospettiva di poter inseguire quelle che noi chiamiamo utopie: la giustizia, la pace, l’amore. Utopie di cui possiamo iniziare a gustare il sapore, capirne l’importanza se anche personalmente le inseguiremo nelle nostre relazioni.
In questo faremo da umani, gesti divini.

Mi piace tantissimo quest’idea della vita come evoluzione, come un Dio che si fa conoscere un po’ di più giorno dopo giorno, che ci riporta alla fine all’essenzialità di ciò che conta, lasciando sempre di più il superfluo che appesantisce, scoprire che la vita è sempre più grande di come la pensiamo e che non potremo mai contenerla tutta.
Lo stupore di esistere è la dimensione di Abramo che partì senza sapere dove andare.
Seguì il desiderio di un richiamo, più forte del sapere dove sarebbe arrivato. Quel desiderio che nasce dal sentire che là dove il richiamo ti conduce c’è un amore….
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