“Tu sei il chiostro dei monaci cristiani, il tempio degli idoli, la Kaaba del pellegrino, le Tavole della Legge, il libro del Corano. Io voglio seguire la religione dell’amore: qualunque sentiero imbocchino i cammelli dell’Amore è il sentiero della mia religione e della mia fede”.
Queste bellissime parole sono state scritte quasi 800 anni fa da Abu Bakr Mu¡ammad Ibn `Ali, più noto con il nome di Ibn `Arabi, uno dei maestri del sufismo.
Queste frasi le ho incrociate nel “Il libro della preghiera universale” di Giovanni Vannucci.
Un libro dove ogni giorno della settimana è dedicato alle preghiere di una diversa religione, ma nelle quali tutti possiamo riconoscerci.
Un modo per sentirsi in contatto tra chi vive fedi diverse, ma cerca comunque il divino, che poi ognuno chiama anche in modi differente. Cattolici, Ortodossi, Protestanti, Musulmani, Ebrei, Buddisti, Indù.
Anche un modo per rifiutare inutili divisioni, per cercare ciò che ci unisce e non ciò che ci divide, consapevoli che Dio è molto di più dell’idea che noi abbiamo o ci siamo fatti di lui e che magari nel corso della nostra vita può cambiare, come cambia il nostro cammino, la nostra conoscenza, la nostra consapevolezza, il nostro modo di amare, perché la fede, come la vita è fatta più di domande e di dubbi, che non di risposte e certezze.
Tutto questo senza rinunciare alla propria esperienza, ma solo per stare in un cammino che ci faccia sentire in contatto con gli altri, anche con chi vive distante a migliaia di chilometri.
È molto bella anche la storia di Ibn ‘Arabi, nato a Murcia, in Andalusia nel 1165 e che giovanissimo, a vent’anni, entrò nella vita mistica facendo professione di sufismo.
Dal momento della sua conversione imboccò un cammino difficile e tormentato, che lo portò a continue peregrinazioni quasi sempre in viaggio tra la Spagna e il Nord Africa, per poi volgersi verso Oriente, sempre studiando, insegnando, e scrivendo. Sono centinaia le opere che gli sono attribuite. Morì a Damasco nel 1240.
Un uomo che ha cercato Dio lungo tutta la sua esperienza umana.
Le parole di Ibn `Arabi ci invitano ad andare oltre a ciò che ci identifica, perché ogni fede nella sua più vera sostanza ci spinge a cercare amore…
“L’amore è il ponte tra te e ogni cosa” dice Rumi, e Ibn `Arabi fu un grande amico di Rumi, forse il poeta orientale più famoso e conosciuto, una guida spirituale e il massimo autore della mistica sufi dell’Islam.
Il libro di Padre Guidalberto Bormolini “L’arte della meditazione” dedica tutta la sua lunga prima parte proprio ad esaminare come le diverse religioni trovino poi nelle varie forme di meditazione che ciascuna propone lo spazio del contatto tra l’umano e il divino.
In fondo le religioni hanno una vita ancora giovane nella storia dell’umanità, mentre la ricerca di qualcosa che trascende la nostra esperienza umana è insita in noi fin dai tempi delle prime forme di civiltà e di convivenza.
Qualcosa di molto più antico delle religioni, qualcosa che è ritenuto un bisogno essenziale della nostra vita, perché ciascuna persona cerca di dare una propria risposta al senso della vita.
E tutte le forme di meditazione arrivano poi in fondo a quella che è una delle definizioni più belle che scrive nei suoi testi Santa Teresa D’Avila “La meditazione non consiste nel molto pensare, ma nel molto amare”.
Il nostro tempo ha bisogno di riscoprire mistici di questo spessore, Ibn `Arabi, Rumi, Santa Teresa D’Avila, oppure di dare spazio a libri come “Racconti di un pellegrino russo”.
Scritto intorno al 1860, il libro narra di un pellegrino che attraversa l’Ucraina e la Russia cercando di arrivare fino a Gerusalemme, portando con sé solo del pane secco e la Bibbia. Una delle pagine più meravigliose della mistica ortodossa.
È il racconto di un pellegrino che si mette in cammino nella ricerca di persone che lo aiutino ad imparare la preghiera che nasce dal cuore, degli incontri che farà lungo la sua strada e degli insegnamenti che da questi incontri scaturiranno per la sua vita.
Mi viene da pensare all’attualità di questo libro, che viene pubblicato per la prima volta dopo la fine della guerra di Crimea intorno al 1880, e che si muove tra l’Ucraina e la Russia per raggiungere Gerusalemme.
Oggi il pellegrino avrebbe dovuto attraversare spazi e luoghi dove scorre il sangue di quei due popoli, dove la terra di Crimea a distanza di oltre 150 anni è ancora fonte di scontro.
Avrebbe dovuto raggiungere Gerusalemme, che per il pellegrino è il punto di arrivo della sua ricerca spirituale, ma che invece per noi è sempre più luogo di morti orrende, di genocidi, di carneficine di terre tolte con la violenza e il sopruso, di conflitto e scontro perenne.
Un libro pervaso di gioia, che stride a contrasto con la realtà di oggi.
Eppure non ci sono alternative alle parole di Ibn `Arabi, a quella sua preghiera scritta a pagina 88 del libro di Giovanni Vannucci, da leggere di martedì, giorno in cui nel libro si ricorda la religione musulmana, o al racconto del cammino del pellegrino russo.
Anche noi che ci dichiariamo credenti o cerchiamo in qualunque modo il divino, dobbiamo essere consapevoli che “qualunque sentiero imbocchino i cammelli dell’Amore, quello è il sentiero della mia religione e della mia fede”.
Il cammino che ci porta, seguendo il pellegrino russo, verso la nuova Gerusalemme, finalmente libera dal sangue e dalla violenza, di cui ci parla la Bibbia nell’Apocalisse.
Lascia un commento