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La corsa alle armi una politica miope che non renderà l’Unione Europea più forte e credibile nel mondo

La frase in latino “Igitur qui desiderat pacem, praeparet bellum” letteralmente vuol dire “Dunque, chi aspira alla pace, prepari la guerra”. Si tratta di una frase contenuta nel prologo del libro III “Epitoma rei militaris” di Vegezio (funzionario e scrittore romano), un’opera composta alla fine del IV secolo dopo Cristo.

1600 anni dopo la storia dell’uomo sembra ancora far riferimento a questa frase, nonostante i due ultimi conflitti mondiali con milioni di morti e le decine e decine di guerre regionali che dal trattato di Yalta in poi si sono succedute e si succedono ancora oggi nel mondo.

Oggi la guerra in Ucraina ci tocca da vicino (ancor più del conflitto degli anni ’90 nei Balcani), perché “sfiora” la Nato con una guerra che si sviluppa in buona parte vicino ai confini di alcuni dei suoi paesi aderenti, e coinvolge molti degli stati della comunità europea che forniscono armi al resistente popolo ucraino e che hanno emesso sanzioni contro l’invasore russo.

70 anni di pace in Europa, nel continente dove i grandi conflitti hanno prodotto grandi cambiamenti geopolitici, non sono bastati per costruire un futuro basato sulla convivenza pacifica tra i paesi che formano questo continente.

Anzi in questi anni abbiamo dato forza al termine di “guerra difensiva”, con il quale abbiamo giustificato politicamente il nostro intervento (non solo italiano) in alcuni dei tanti conflitti che si sono sviluppati.

A volte siamo stati costretti a forzare ciò che è scritto nelle nostre Costituzioni, altre volte abbiamo dovuto adempiere alle regole che stanno alla base dell’esistenza della Nato.

Mai abbiamo pensato, in questi lunghi decenni di rendere questa alleanza internazionale più moderna ed efficiente, pensando solo al suo ampliamento in termini di paesi aderenti.

Ci siamo illusi che la sola economia, ancor più se globalizzata, poteva essere il vero strumento per garantire da un lato lo sviluppo del benessere, e dall’altro il mantenimento di una pace e di un rapporto tra i popoli basato sulla tolleranza e sul rispetto reciproco.

L’economia come principale forma di relazioni ha prodotto anzi nuove forme di guerra, come abbiamo visto negli ultimi anni.

Leggendo il libro di Federico Rampini “Le linee rosse” si intuisce che comunque anche in questi ultimi 30 anni, la pace ha vacillato per i tanti cambiamenti intercorsi per la formazione di nuovi stati proprio in Europa, per la diversa posizione politica assunta da molti paesi, per lo spostamento verso Occidente di stati prima legati all’Unione Sovietica.

I tanti eventi accaduti negli anni dal 1989 al 2018 ( la caduta del Muro di Berlino e la riunificazione delle due Germanie, la fine dell’Unione Sovietica con la nascita di nuove repubbliche autonome, la fine della ex Jugoslavia e la guerra nei Balcani con la formazione di nuovi paesi, la fine della Guerra Fredda con la previsione di una vittoria della visione americana su quella russa, l’adesione dei paesi dell’Est all’Unione Europea e di molti di loro alla Nato, la guerra della Russia in Georgia, la sua annessione della Crimea, la nascita delle repubbliche autonome del Donbass) hanno posto le premesse del rischio enorme di un terzo conflitto mondiale che oggi fa tremare tutti noi.

In tutti questi enormi cambiamenti geopolitici, noi europei non siamo stati in grado di pensare e di dar vita a una Unione che assumesse un suo ruolo preciso nello scacchiere mondiale.

Così ora ci troviamo di fronte a grandi dilemmi, con un’apprensione che si vive forte anche nella nostra Italia.

Se da un lato si sente parlare per la prima volta forse in modo approfondito della necessità di un’unica politica estera e di un’unica politica di difesa comune, dall’altra soprattutto i grandi paesi fondatori di questa Europa (Germania, Francia, Italia in primo luogo) stanno tutti procedendo in ordine sparso e indipendente ad aumentare le spese dei propri bilanci in tema di armamenti.

Chi pensa a comprare nuovi aerei, chi nuovi mezzi pesanti, chi a rivedere l’organizzazione dei propri eserciti, senza prima affrontare quella che dovrebbe essere alla base di ogni forma di riorganizzazione, ovvero la necessità di dar vita a una politica estera comune, la sola da cui può nascere una diversa visione anche della difesa dei propri confini, non più solo di singoli stati, ma di confini europei.

La paura di quanto accade in Ucraina, sta favorendo una corsa alle armi che ci riporta indietro di quasi un secolo, facendo cadere la necessità di risolvere i conflitti tra i paesi attraverso la mediazione della diplomazia internazionale, venendo meno proprio alla visione delle democrazie occidentali, che sulla base delle relazioni tra pensieri ed idee diverse, fondano la loro stessa esistenza.

Un processo antistorico, che decreta il fallimento della politica intesa come mediazione tra diverse visioni. Il fallimento anche dei paesi Occidentali, come ci ricorda Papa Francesco: “Mi sono vergognato” a sentire che alcuni stati vogliono aumentare le spese militari”.

La corsa alle armi (giustificata in Italia dalla necessità di rispettare l’accordo di destinare almeno il 2% del PIL per la gestione della Nato), oltre ad essere la sconfitta morale ed etica dell’umanità, segnerà soprattutto la dipendenza ancor più forte dei paesi aderenti da questa organizzazione, a scapito di una difesa comune europea che è altra cosa e che nasce da un ampliamento dei poteri concessi alla U.E.

Saremo ancor più dipendenti dalle visioni americane (che predominano nella Nato), senza aver modificato questa organizzazione e senza aver creato una Unione Europea più forte.

La corsa alle armi è frutto di una visione politica: in questo caso aerei e carri armati, una nuova organizzazione dell’esercito, vengono prima di aver rafforzato la nostra Europa.

Resto dell’idea “se vuoi la pace, prepara la pace” di padre Ernesto Balducci come pensiero che debba guidare le scelte politiche per lo sviluppo dell’umanità.

Resto dell’idea che occorre ripudiare la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali come dice l’art. 11 della nostra Costituzione e che la corsa all’armamento degli stati non farà altro che aumentare le tensioni tra i popoli (oltre che ad arricchire le tante industrie di armi presenti anche nel nostro paese).

Resto dell’idea che ha ragione Papa Francesco quando afferma che è “l’ora di abolire la guerra, di cancellarla dalla storia dell’umanità prima che sia la guerra a cancellare l’umanità”.

Non solo motivazioni morali ed etiche stanno dunque alla base della scelta di non armarsi, ma anche motivazioni politiche che puntano alla crescita dell’Unione Europea per arrivare il prima possibile ad una vera e propria federazione di stati con un’unica politica estera nel mondo che la renda un interlocutore serio e affidabile agli occhi del mondo.

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