Leggo con tristezza del G7 dei nostri paesi occidentali in corso di svolgimento in questi giorni e mi rendo conto della bassezza della politica dei nostri giorni.
Penso a una guerra come quella voluta dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran e mi rendo conto che da quel conflitto chi ne esce avvantaggiato è solo l’Iran che riconquista un suo ruolo nello scacchiere mediorientale, che si rafforza internamente con il potere passato nelle mani dei pasdaran e con quel popolo che sarà ancor più schiacciato da un regime che era già insostenibile.
Assistiamo con stupore al declino della cultura e del popolo ebraico tanto che oggi Israele non è più una democrazia, ma una teocrazia dove coloni e religiosi ortodossi dettano legge tanto da compiere un vero e proprio genocidio a Gaza, a colonizzare in modo definitivo la Cisgiordania e a rendere invivibile la vita in un paese come il Libano.
Intanto nella nostra Europa il conflitto tra Russia ed Ucraina sta diventando lungo quanto l’ultima guerra mondiale senza che nessuno dei due paesi sappia prevalere sull’altro e senza che nessun altro paese o istituzione sappia portare avanti un’attività diplomatica tale da poter far sedere a un tavolo i due contendenti.
Tutto ciò investe il nostro mondo occidentale che sembra avere davanti a sé un solo obiettivo: quello di riarmarsi, mentre il diritto e le istituzioni internazionali cedono il passo.

È la stagione del tecnocapitalismo, dove non è più la politica che decide, ma sono le multinazionali, il mondo finanziario e le lobby a determinare il nostro futuro, mentre nel mondo le disuguaglianze raggiungono livelli insostenibili.
Nel grigiore di questa stagione della nostra storia e della nostra cultura occidentale che lentamente sta morendo, uccisa da un capitalismo senza regole e da un individualismo senza limiti, fuori dal nostro modo di pensare e di essere appaiono all’orizzonte luci nuove e strade inesplorate che milioni di persone stanno cercando, con la speranza di riuscire a costruire un mondo migliore.
Mi vengono aiuto, nel buio di un tunnel che sembra senza fine, due libri che sto leggendo in queste settimane che pur partendo da strade diverse, riescono a trasmettere entrambi un messaggio di vera novità che riguarda anche il nostro mondo evoluto, ricco, in decadenza.

“L’internazionale della terra” di Giuseppe De Marzo ci offre un panorama nuovo che si sta dilatando in una buona parte del mondo, dove stanno crescendo esperienze di vita comunitaria collettiva nate dalle azioni concrete dei movimenti per la giustizia ambientale ed ecologica in molte parti del mondo, anche nel nostro occidente, che sono destinate fortunatamente ad aprire nuove opportunità.
Si tratta di comunità che si basano sul fallimento dell’idea economica della crescita senza limiti, un modello economico che è insostenibile per la vita del nostro pianeta e che ha causato le attuali disuguaglianze sociali.
Questo modello, basato essenzialmente sulla crescita del PIL di un paese o di un continente, deve essere sostituito da un altro modello basato su una economia di decrescita basata su equità sociale, ambientale ed ecologica, che ha le sue fondamenta filosofiche nel benessere personale che dipende da quello collettivo. Una presa di coscienza che deriva dal sentirsi parte e strettamente legati con tutte le altre creature della terra, nel rispetto delle dinamiche che determinano la vita nel nostro pianeta, sentendosi parte di un qualcosa di più grande di noi singoli individui.

Ecco perché occorre un’inversione della visione della politica che ci conduca verso l’idea della cura come fondamento della nostra vita su questo pianeta.
Il tecnocapitalismo della ripresa dell’estrazione dei fossili, della costruzione delle armi, dei grandi capitali, quella che noi chiamiamo la “transizione ecologica”, ci sta portando alla morte e chi deve decidere le sorti dei nostri paesi, soprattutto nel cosiddetto “Occidente”, sembra non accorgersene.
Invece ci sono già 2 miliardi di persone nel mondo, che in vari modi, con esperienze più o meno piccole, stanno già seguendo questa nuova via. La via della conversione ecologica, dove per conversione si intende un vero e proprio cambio di strada, l’unica via che può portare alla salvezza del nostro pianeta e dare un futuro a noi umani.

L’altro libro che ci offre uno spunto di speranza in questo tempo così difficile è scritto da Gian Andrea Franchi e si intitola “Per un comunismo della cura”.
Un libro sul pensiero filosofico che nasce da un’esperienza concreta come quella di Gian Andrea, che insieme alla moglie Lorena Fornasir, ha dato vita all’associazione Linea d’Ombra che cura i migranti che arrivano a Trieste provenienti dalla Rotta balcanica e che si ritrovano nella piazza della stazione, oggi chiamata “la Piazza del Mondo”.

Gian Andrea arriva ad affermare che il capitalismo impone che la produzione sia al comando della nostra vita, mentre la vita si basa invece sulla riproduzione (nascere, crescere, manifestarsi, lasciare il posto ad altri) e non sulla produzione di oggetti creati solo per essere venduti.
Anche in questo caso solo una cultura della cura può permettere di mantenere inalterato il ciclo della vita.
Invece la cultura capitalistica, basata su un forte individualismo, impone una cultura del denaro, che invece rifiuta la logica dei limiti su cui è incentrato l’equilibrio della vita.
La cultura della cura in Gian Andrea prende spunto proprio dai migranti che con le loro storie, le loro traversie, la nostra indifferenza e il nostro rifiuto inviano a loro volta un messaggio chiaro alla nostra civiltà: quella che se non cambiamo modo di essere e di agire, saremo costretti a soccombere.

E’ un messaggio ad agire subito, in quella che Gian Andrea chiama il kairos, ovvero il momento della presa d’atto necessaria per trasformare una consapevolezza in un’azione politica.
Come politica è l’azione che Linea d’Ombra compie curando i migranti che arrivano nella piazza.
I corpi dei migranti assumono in questo caso un vero e proprio valore politico essendo “corpi in fuga”, diverso dal valore dei nostri corpi di persone che possono usufruire comunque di una serie di diritti (anche se sempre minori e sempre più garantiti ai soli ricchi della nostra società). Sono corpi sofferenti, soli, che si muovono nell’indifferenza degli altri, ma al tempo stesso sono corpi anche vivi.
Il corpo diventa dunque il messaggio politico dei migranti a noi: non c’è speranza nel nostro modo di essere e di agire, se non riscopriamo il senso della cura.

Perché i corpi per vivere hanno bisogno di costruire relazioni, di essere riconosciuti, di rimettersi in gioco sempre e per questo i migranti portano a noi un messaggio di salvezza: quello di uscire dalla nostra indifferenza.
Conversione ecologica e cultura della cura sono le strade da seguire per dare una speranza anche alle nostre democrazie in declino, giungere ad un cambio di modello economico che ci faccia capire che il mondo si salva solo insieme sentendosi parte di qualcosa di più grande della nostra stessa vita.

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