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La guerra tra israeliani e palestinesi e il rischio di destabilizzazione del Medio Oriente

Torna prepotentemente alla ribalta il conflitto tra israeliani e palestinesi in un’area, il Medio Oriente, che sempre più diventa l’area che può cambiare gli equilibri politici internazionali.

Colpisce in questa fase la “potenza di fuoco” di Hamas, che sembra spiazzare le sofisticate misure difensive e tecnologiche di Israele, e soprattutto spinge molta parte della politica europea a schierarsi dalla parte del governo di Netanyau, che per la prima volta si riconosce vulnerabile a un attacco come non succedeva da decenni.

Così anche in Italia quasi tutti gli schieramenti politici unanimemente prendono le difese di Israele, da destra e da sinistra, con la partecipazione a veglie, incontri, manifestazioni di solidarietà.

Paradossalmente, a livello mondiale, sono gli Stati Uniti, da sempre molto vicini ad Israele, e comunque determinanti nella gestione politica del Medio Oriente, a non aver preso in modo netto una posizione chiara su quanto accaduto.

Questa fase della guerra (ormai non si può non parlare di guerra vista la mole di attacchi verso Gaza e di lancio di missili da Gaza verso le città dello stato israeliano) vede dunque non poche novità che ci devono spingere ad alcune riflessioni perchè qualcosa sta cambiando in quel territorio, compreso il coinvolgimento politico della Turchia (oltre che dell’Iran).

Un attacco israeliano su alcuni obiettivi a Rafah, nella Striscia di Gaza – 9 luglio 2014 (AP Photo/Hatem Ali)

L’Accordo di Abramo voluto dall’allora Presidente americano Trump, che ha portato al riconoscimento di Israele e all’avvio di accordi economici tra questo stato e alcuni paesi arabi come gli Emirati Arabi Uniti e il Barhein (fatto di per sé positivo), ha prodotto un cambio di scenario politico forte e l’abbandono da parte di quest’ultimi stati della questione palestinese.

Tutto ciò, insieme a quanto sta accadendo nel conflitto siriano e alla destabilizzazione della Libia, ha portato anche a un forte coinvolgimento in quest’area cruciale per la vita del mondo, della Turchia.

La Turchia sta proponendosi alla ribalta del Medio Oriente come stato “difensore” dei paesi di religione musulmana, coprendo lo spazio lasciato libero dai grandi paesi Arabi .

Un processo che può portare il governo Erdogan (insieme all’Iran) a proporsi come leader di riferimento per molti popoli che vivono in Medio Oriente.

Dopo aver cercato di entrare in Europa nei decenni scorsi, oggi la Turchia, anche alla luce delle politiche di limitazione dei diritti civili che la stanno di fatto allontanando dal nostro continente, rischia di diventare uno stato determinante nella nuova definizione geo-politica del Medio Oriente.

Libia, Siria, Iraq, Afghanistan, ora nuovamente Israele e la Palestina, sono terre piene di conflitti che l’Accordo di Abramo non sembra aver in alcun moto sopito e certamente non ha migliorato una situazione che appare oggi sempre più complicata e destabilizzante.

Tutto ciò ha gravi conseguenze su di noi anche per quanto concerne il fenomeno migratorio (che si va acuendo in questi mesi e si acuirà in modo ancora maggiore nel tempo) e sull’Europa, non solo per una politica migratoria di solidarietà che ancora manca, ma anche perchè L’Unione Europea non riesce ad avere un ruolo in un’area invece determinante per il nostro futuro.

Venendo infine al conflitto riesploso in questi giorni, lascia abbastanza interdetta la posizione italiana di difesa, da parte di tutti i partiti (meno da parte del governo) di Israele, a fronte di uno scontro che ha ripreso fuoco per lo sfratto illegittimo e ingiustificato di alcune famiglie palestinesi dalle loro case a Gerusalemme Est.

Da quel fatto hanno preso il via scontri sulla spianata delle moschee, i ferimenti e le prime uccisioni di palestinesi, a cui ha fatto seguito poi la ribellione di Gaza e l’invio di centinaia e centinaia di missili che per la prima volta, hanno “bucato” in maniera significativa il sistema difensivo dell’esercito israeliano.

Ad oggi si parla di oltre 100 morti palestinesi e di 7 morti israeliani.

Certamente la risposta di Hamas, che di fatto ha esautorato il ruolo dell’Autorità Palestinese di Abu Mazen, è stata “sproporzionata” rispetto al fatto che lo ha scatenato, ma è altrettanto vero che le limitazioni alla libertà personali, il lento ma ininterrotto furto di territorio che i palestinesi stanno subendo da anni, l’essere prigionieri nelle loro stesse terre, la povertà e le condizioni di vita che sono costretti a subire, nel totale disinteresse e silenzio dell’opinione pubblica internazionale, sono da decenni la normalità di vita in Palestina.

Bisogna aver visto con i propri occhi la vita che scorre nei territori occupati e lo strapotere di forze e di illegalità che Israele ogni giorno impone ai palestinesi per capire come in quella terra, ogni decisione che restringe ancor più gli spazi di libertà di questo popolo, possono portare a reazioni che rischiano di sfociare in azioni di guerra che seminano morte e paura in tutti coloro che vivono in quella terra martoriata.

Io ho potuto vedere con i miei occhi tutto questo, la disparità di vita che si vive in Israele e che si vive nei territori occupati, l’impossibilità per un giovane palestinese di avere un futuro nella sua terra e per la sua terra.

Senza la fine o l’attenuazione di questa disparità, la Palestina continuerà ad essere un territorio di guerra, conflitti, dolore da una parte e dall’altra.

Poche settimane fa ho letto un libro scritto dall’israeliamo David Grossman alcuni anni fa, dal titolo “Con gli occhi del nemico”.

Nei suoi scritti Grossman, da attento osservatore della sua società e da persona obiettiva su ciò che accade in Israele e in Palestina, cerca di tracciare una linea che possa portare nel tempo alla pace.

Per lui raccontare le storie degli altri e in particolare del nemico, può aiutare le persone a aprire la propria mente e i propri orizzonti, guardando anche le verità dell’altro. Se riusciamo a fare questo salto, da quel momento non possiamo restare indifferente a lui.

Non potremmo più rifuggire dalla sua sofferenza, dalla sua ragione, dalla sua storia. E forse diventeremo anche più indulgenti con i suoi errori” – scrive ancora Grossman.

Avere il coraggio di provare a guardare con gli occhi del nemico, può far uscire da una guerra, capendo che può esistere una pace che si deve ricercare anche per mancanza di scelte.

Molti pensavano che i palestinesi fossero ormai rassegnati a una vita senza speranza, ma la ribellione di queste ore ci fa capire e fa capire anche a Israele che non c’è scelta alla ricerca della pace.

Ma c’è un altro grave rischio che Israele sta vivendo in queste ore, ed è l’aggravarsi del rapporto interno con la componente araba che vive in Israele e che è composta da cittadini di quel paese.

Vengono a galla decenni di convivenza forzata, durante i quali la disparità di trattamento dei cittadini arabi rispetto a quelli israeliani e di religione ebraica sta ora esplodendo, portando il paese al rischio di una guerra civile.

Il fuoco a sinagoghe e negozi che stanno avvenendo nelle città israeliane, gli arresti in massa compiuti dalla polizia di giovani arabi che protestano sono la nuova miccia che sta esplodendo in uno stato guidato da un uomo che ancora deve fare i conti con la sua personale situazione giudiziaria, in un paese politicamente diviso e non in grado di esprimere un governo stabile e duraturo.

Viene alla mente un altro bellissimo libro di un grande scrittore israeliano Abraham Yehoshua, nel suo “La sposa liberata”, scritto nel 2003, che affronta il tema del rapporto tra la cultura araba e quella ebraica, nella ricerca di un’apertura all’altro che anche per lui resta la strada maestra per l’uscita dal conflitto.

Dunque il rischio che gli israeliani e i palestinesi stanno correndo da un lato, e il rischio di una guerra civile interna ad Israele sono problemi che riguardano non solo il Medio Oriente, ma tutto il mondo, e i suoi possibili scenari futuri che più che portare a una pace stanno portando a una guerra senza fine.

La strada maestra non è quella di Netanyau né di Hamas, né del fuoco alle sinagoghe, ma del dialogo e dell’apertura all’altro, attraverso una politica che ha una visione, oltre se stessa e i suoi guai e poteri personali.

Di questo deve farsi carico la comunità internazionale.

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