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La guerra uccide anche la nostra anima. Simone Weil e la sua interpretazione dell’Iliade, così attuale anche oggi…

La vita e la storia di Simone Weil sono veramente affascinanti e uniche.

La sua particolare esperienza spirituale, unita alla sua ricerca filosofica, hanno creato in lei le condizioni di un’apertura al mondo e al pensiero dell’umanità che ancora oggi, leggendo ciò che ha scritto, ci riempono di meraviglia. 

Nel libro a lei dedicato nella collana “Maestri dello spirito” curata da Vito Mancuso per il Corriere della Sera, un capitolo è dedicato al suo studio dell’Iliade che ci sorprende per la sua attualità.

Nella sua analisi del poema di Omero, scritta nel 1939 (nell’anno in cui inizia la seconda guerra mondiale) emergono due aspetti che Simone Weil ritiene determinanti e che sono il filo conduttore dell’opera: la forza e la materia.

La forza che viene esercitata attraverso la guerra è ciò che piega le persone.

Ieri come oggi: nell’Iliade nella guerra tra Atene e Sparta, ma anche tra i singoli personaggi che si alternano nel poema; oggi nelle tante guerre che sono in corso nel nostro tempo.

La forza (e l’intensità con cui la guerra si sprigiona), è ciò che modifica l’anima delle persone, fino a far diventare l’uomo e la donna che la subiscono solo materia.

In fondo cosa altro è se non solo materia, un corpo che prima era vivo e poi è diventato solo un cadavere.

La forza per Simone Weil è ciò che rende, chi gli è sottomesso, una cosa.

Quando l’altro, attraverso la guerra e l’uso della forza, viene trasformato in un nemico che deve soccombere, smette di essere una persona.

Il desiderio del combattente è che diventi solo una “cosa”, senza un’anima, senza vita, come lo è, ai nostri occhi, un cadavere.

I cadaveri, senza l’alito della vita, smettono di essere persone e si trasformano in una “cosa”, in materia, che si può solo contare…

La guerra in questa visione assume la dimensione del gioco, e il nemico diventa come un balocco che si può distruggere, con indifferenza.

Ma se tutto ciò è vero per chi la forza della guerra la subisce, anche chi sprigiona questa forza è attraversato da una mutazione della sua anima.

Ciò che Simone Weil vuole farci capire ha un duplice volto: non solo la tremenda realtà di una persona che, subendo violenza, si trasforma in una cosa, in materia inanimata; ma anche la realtà psicologica in cui si trova a vivere chi, se chiamato da qualcuno che gestisce un potere, deve fare uso il più possibile della forza.

Scrive Simone Weil: “per coloro la cui anima è sottoposta al giogo della guerra, il rapporto con la morte è l’avvenire stesso “

Un aspetto che la scrittrice giudica contro natura, non perché le persone che vivono in una situazione di pace, non pensino alla morte, ma perché la vita normale è fatta di sogni, aspirazioni, che magari sono interrotti dalla morte, dalla malattia, che non diventano però le compagne di ogni giorno della nostra vita.

Vivere in questo modo od essere costretti a vivere così è per Simone Weil contro natura.

Come avveniva per i soldati di Atene e di Sparta, anche oggi i soldati chiamati da qualcuno a vivere una guerra, sono costretti a vivere contro natura, a smettere di essere umani, chiamati attraverso l’uso della forza e vedere nell’altro che hanno di fronte solo una “cosa” da sopprimere.

È questa la responsabilità che, chi chiama alla guerra, chi arma i soldati, chi pensa solo alla vittoria finale, si assume, non solo nei confronti della società o comunità dove vive, ma anche nei confronti della singola vita di ogni soldato che si spinge a vivere contro natura.

Qui sta l’attualità del pensiero di Simone Weil, che sicuramente, scrivendo dell’Iliade, aveva aperto il suo sguardo su quanto stava accadendo nei suoi anni nella nostra Europa.

Chissà se anche i nostri politici di oggi, parlando più di vittoria che di pace, più di maggiori investimenti in armi, che di diplomazia al lavoro per redimere i conflitti, hanno presente lo sfacelo umano, che giorno dopo giorno si crea nelle vite di chi la guerra la sta vivendo ogni giorno.

Forme di degrado sociale e civile che avranno un peso nella ricostruzione del senso di comunità che un domani dovrà comunque avvenire.

Ma anche forme di degrado psicologico nelle singole persone coinvolte nelle guerre, che dovranno poi ricostruire la loro anima, destrutturata dall’avere davanti a sé per anni, solo un nemico, la violenza, l’odio.

E queste ricostruzioni richiedono molto più tempo e fatica, che non la ricostruzione di case e strade…

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