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La pandemia e la politica di Trump

Oggi che Trump ha perso le elezioni e il popolo americano ha democraticamente scelto il suo successore, dobbiamo cercare di analizzare cosa è successo, aldilà del nostro sentire e pensare. Può darsi che se non ci fosse stata la pandemia l’attuale Presidente americano avrebbe potuto anche vincere le elezioni.  Fino al momento del sopravvento nel mondo del Covid19, l’economia americana stava vivendo un periodo di forte ripresa interna e questo tema sarebbe stato centrale nella campagna elettorale e nelle aspettative del popolo americano. Infatti dai sondaggi condotti sugli elettori prima della data del 3 novembre, gli americani mettevano in ordine di importanza questi temi: l’economia, la pandemia e il razzismo. Mentre sull’economia la maggioranza dava un parere positivo sull’operato di Trump, sugli altri due temi il giudizio era fortemente negativo.

Qualcuno può dire che allora è stata tutta colpa del virus, invece credo che la gestione scellerata e ingiustificabile di Trump sulla pandemia, oltre che a rendere palese la sua incapacità sul principale problema che l’intero pianeta stava e sta vivendo, ha reso chiaro altri due temi di grande fragilità della società americana, che proprio Trump non ha voluto curare in questi suoi 4 anni: si tratta della salute e del welfare (soprattutto su quelli che sono gli strumenti di sussidi e cassa integrazione sul versante del lavoro). La pandemia, oltre che tanti morti, ha portato anche alla perdita di milioni di posti di lavoro all’interno di un paese dove la precarietà della professione è un elemento fondamentale. Senza considerare la sanità pubblica dove Trump ha cercato di smontare in questi 4 anni la già debole riforma di Obama, che di fatto ha costretto in questi mesi i più poveri a non avere quasi nessuna forma di protezione e cura. Basta ricordare il dramma di quelle bare sotterrate nelle fosse comuni nei sobborghi di New York per rendersi conto di cosa è accaduto in quel paese.

Mancanza di cure e perdita di tantissimi posti di lavoro sono stati il limite della sua politica in questi mesi. Non è un caso che coloro che hanno voltatole spalle a Trump sembra siano stati anche gli operai precari, soprattutto nelle zone dei grandi insediamenti industriali americani, dove maggiori sono stati i problemi legati alla disoccupazione. 4 anni fa queste persone avevano votato in massa per lui. Pur non condividendo la politica economica internazionale di Trump, strutturata sui dazi verso l’Europa e soprattutto verso la Cina, internamente questo suo comportamento aveva portato per un periodo di tempo a un nuovo slancio dei consumi interni. Per essere obiettivi la politica nei confronti della Cina da parte di Trump aveva una sua giustificazione. Il paese orientale è entrato a far parte dell’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2001senza avere i criteri richiesti dall’organizzazione stessa agli altri paesi, in un clima di non concorrenzialità che le ha permesso nel tempo di passare da una nazione poverissima a una delle maggiori potenze economiche. 

E’ stato questo uno dei maggiori limiti della globalizzazione e c’è la necessità a livello mondiale di richiamare la Cina alle sue responsabilità e magari di rinegoziare l’architettura della globalizzazione, individuando anche nuove forme di economia e di modelli economici. Ma questo non può essere fatto da un Occidente diviso, come quello prodotto dalla politica economica di Trump che si è messo in conflitto con quasi tutti gli stati europei, spingendo il vecchio continente a trovare forme di collaborazione nuove con il grande paese orientale. La gestione dell’economia, pur importantissima, non basta per governare una nazione e soprattutto una grande democrazia come l’America. Trump in questi 4 anni ha diviso ancor di più il paese, ha fomentato il razzismo, ha reso più violenta la vita delle persone, ha indebolito il già debolissimo sistema sanitario, ha costruito muri, ha reso la politica non terreno di confronto tra idee diversi, ma terreno di scontro tra nemici, fino ad arrivare ad irridere chi la pensa diversamente.

Tutti aspetti tipici di un populismo che guarda solo a se stesso, che non riconosce le attese e le aspettative degli altri e che secondo il mio modesto parere nel lungo tempo non ha futuro. Anche se oggi non è assolutamente sconfitto, come dimostra il grande consenso che comunque Trump ha ottenuto nel suo paese e che continuerà ancora per anni anche nella nostra Europa. La pandemia mette ancora di più in evidenza i limiti del populismo e del sovranismo, richiamando invece alla necessità di collaborazione tra paesi e addirittura continenti. Ne è la dimostrazione la  stessa notizie del possibile vaccino individuato frutto della collaborazione di una casa farmaceutica americana e una tedesca, e lo stesso mondo della ricerca che a livello mondiale in questi mesi sta strettamente collaborando per vincere una sfida che ci investe tutti.

Trump invece ha agito in modo completamente opposto, non fidandosi di medici, studiosi e scienziati, sfidandoli apertamente anche nei propri personali comportamenti, nascondendo cosa stava realmente accadendo nelle città, fidandosi solo del proprio ego di comandante in capo.  Basta pensare ad alcune sue ridicole affermazioni di questi mesi, o a come si è comportato nella sua campagna elettorale non portando per primo lui stesso la mascherina, per avere chiaro il basso senso dello stato che quest’uomo ha rappresentato. Trump ha dimostrato tutti i propri limiti. Credo che gli stessi rappresentanti repubblicani si renderanno conto di tutto ciò e  lo lasceranno solo nel seguire i suoi ricorsi legali, scegliendo la strada politica vera del rispetto delle decisioni del popolo, che in democrazia è ciò che conta.  Perché alla fine il senso delle istituzioni e la difesa della propria democrazia, è ciò che tiene uniti milioni di persone così diverse, che di fronte a quella bandiera e a ciò che essa rappresenta sanno andare oltre le persone come Trump che hanno reso quella bandiera e quella democrazia in questi quattro anni, meno forte e meno bella.

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