La visita alla bella mostra a Palazzo Strozzi dedicata a Mark Rotko permette di conoscere a fondo questo artista, di origine lettone e americano di adozione, nei suoi vari passaggi dal periodo del realismo, al neo surrealismo, fino ad approdare a una forma di pittura dove le figure si disperdono dando spazio a forme nuove, dove l’immaginazione dello spettatore che osserva l’opera può spaziare in piena libertà.
Così se all’inizio della sua attività, negli anni ’40, dipingeva volti e figure soprattutto femminili raffugurate spesso accanto a porte e finestre, oppure le città con le loro architetture, alla fine del decennio, lascia la rappresentazione della realtà.

Le sue opere da qui in avanti saranno incentrate sul rapporto tra spazio, colore, luce e interiorità.
Inizia negli anni ’50 il suo periodo neo surrealista dove le figure si disperdono fino a dare spazio all’immaginazione.
Le forme che Rocko dipinge sono elementi sospesi unici in una situazione irripetibile con un forte contrasto dei colori utilizzati.

Diventa fondamentale nella sua pittura il ruolo che assume il grande formato delle tele e cosa pensa l’osservatore, che Rotko vuole portare attraverso l’immaginazione dentro le sue opere per esprimere le proprie emozioni e sensazioni.
Rotko utilizza rettangoli di colore molto grandi per interagire con lo spettatore. I primi colori che l’artista utilizza sono il giallo e il rosso più dolci e rassicuranti, che esprimono un senso di positività e di leggerezza.
Verso la metà degli anni 50 Rotko dà spazio al verde e al blu, colori cromatici più freddi che spingono lo spettatore a una maggiore attenzione e concentrazione.

C’è una diversa percezione del colore rispetto alla luce. Sono gli anni dei suoi viaggi in Italia dove ammira le opere di Michelangelo nel vestibolo della Biblioteca Laurenziana a Firenze o all’interno della Cappella Sistina a Roma, e si richiama nelle sue opere all’arte del grande artista italiano nell’uso dei nuovi colori.
È ormai diventato famoso e il Moma di New York dedica una mostra monografica su di lui. Le sue opere hanno bisogno di uno sguardo più intenso e complesso da parte dello spettatore e negli anni 60 nelle sue opere appare l’utilizzo del rosso e del nero in un gioco silenzioso tra colore e assorbimento di luce.
Davanti al tempio di Paestum Rotko, nel suo secondo viaggio italiano, affermerà che molta della sua arte è stata quella di costruire templi antichi senza saperlo.

I rossi in questo tempo sono più forti ed intensi di quelli utilizzati negli anni ’50, e richiamano una maggiore carica emotiva.
Alla fine degli anni ’60 Rotko subisce un’aneurisma e le sue nuove opere raccontano il periodo della sua malattia e della sua solitudine, in quello che viene chiamato il periodo del decadimento attraverso l’uso di colori scuri e del grigio.
Per Rotko un dipinto non è una immagine da guardare, ma un’esperienza da vivere.
In questi anni realizza soprattutto opere di grandi dimensioni fatte su carta a seguito delle menomazioni subite per la malattia, richiamandosi al Rinascimento in un rapporto incentrato sull’essenziale soprattutto grazie al l’ammirazione delle opere del Beato Angelico negli affreschi realizzati dall’artista toscano nelle celle del Convento di San Marco.

Per Rotko un altro aspetto importante riguarda la definizione dello spazio dove collocare ciascuna sua opere, affinche possa entrare in dialogo con lo spettatore. Così, ad esempio, specifica che le opere grandi devono essere staccate lievemente da terra per essere più a stretto contatto con le persone che le guardano e far vivere in modo pieno le sensazioni e le emozioni che esse suscitano.
Bella la relazione che la mostra mette in risalto in queste 70 opere esposte tra l’artista e il Rinascimento del nostro paese, soprattutto tra Firenze e Roma, e l’arte classica che templi che ammira tra Paestum e Pompei.
Ma soprattutto il suo passaggio dal realismo al neo surrealismo fino a sfociare in uno stile pittorico dal contenuto mitologico, con figure piatte derivate dal linguaggio artistico primitivo che riesce a far vivere le grandi emozioni e sensazioni che sono proprie della nostra umanità.
Merita veramente una visita perché è un viaggio dentro la vita e la storia di un grande artista dell’arte moderna internazionale.
Resterà aperta fino al 23 agosto.
Lascia un commento