Ci vuole coraggio ed essere un pò visionari per dar vita a un festival dove si parla della morte e ancor di più a chiamare questo festival “sorella morte”.

Un coraggio che non è mancato all’ordine dei francescani che per l’occasione hanno “sfruttato” gli 800 anni dalla scomparsa di San Francesco, il primo ad aver considerato come sorella la nostra morte corporale, dalla quale nessun uomo o donna si può salvare.

Eppure vedendo la grande partecipazione di persone ai tanti eventi organizzati, si intuisce come questo tema interessa e coinvolge tutti, anche se cerchiamo di non parlarne, senza capire che cercare di comprendere la morte nelle sue diverse implicazioni, fisica, biologica, psichica, spirituale, sia un modo importante per vivere meglio ogni giorno della nostra esistenza.

In questi giorni di Festival Francescano ho avuto modo di partecipare ad alcuni dei dibattiti organizzati in piazza Maggiore a Bologna e tra questi quello con il teologo Vito Mancuso.

Un confronto bello, aperto, libero, quello tra Vito Mancuso e il frate francescano Dino Nuzzi, molto profondo e conciliante,  dove tesi e modi diversi di vivere la fede si sono confrontate, lasciando a tutti coloro che vi hanno preso parte il desiderio di approfondire, pensare, ampliare la propria conoscenza, sentirsi parte di un cammino che ci coinvolge in questa nostra vita terrena, legata e determinata dal tempo e dallo spazio, dove troppo spesso rinunciamo a vivere in modo più approfondito la nostra spiritualità.

D’altronde lo stesso sottotitolo dell’incontro era veramente affascinante: “Vita eterna o energia spirituale?”

All’incontro doveva partecipare anche l’Arcivescovo Vincenzo Paglia, ma i ritardi del suo treno non hanno reso possibile un confronto più stretto tra lui e Vito Mancuso, ma tutto ciò non ha reso il confronto meno interessante.

Sicuramente alcune delle posizioni di Vito Mancuso, come la concezione del peccato originale, la resurrezione della carne, sono in contrasto con la dottrina della Chiesa, ma fanno parte di un cammino nuovo, aperto dal Concilio Vaticano II, dal rapporto che nell’ultimo secolo si è aperto tra la Chiesa e la scienza e dal fatto che la religione cattolica e cristiana non è l’unica depositaria della verità su Dio.

Un popolo, quello cristiano, che vive il cammino nell’eternità insieme agli altri popoli. Già questo modo di pensare e vedere la vita ci apre agli altri e alla diversità dove nessuno è depositario della verità assoluta, e dove Dio non è raggiungibile nella sua entità completa dal nostro sguardo terreno.

In quella piazza bolognese qualche giorno fa si è avuta la visione di una Chiesa che non si chiude in sé stessa, ma apre le porte al confronto, alla diversità, consapevole che si è tutti in cammino, credenti in questa come in altre religioni, non credenti, e in ricerca di un senso pieno della vita dove la spiritualità ha un ruolo centrale, indipendentemente dalla fede che si professa o non professa.

Si sono sentite parole nuove di una speranza antica, quella che nasce oltre 200.000 anni fa, con l’homo sapiens, il quale da subito ha cercato di dare un senso alla vita e un senso al dopo la vita, e se esiste una potenza superiore che possiamo chiamare Dio o anche in altro modo, a cui poter affidare la nostra spiritualità.

In quella piazza c’era un silenzio assoluto, perché si stava parlando di ciascuno di noi, e la posta in gioco era di quelle importanti come il senso della vita e della morte. Sorella morte la chiama San Francesco però nel nuovo testamento non si parla mai della morte come sorella. Per i cristiani la morte è frutto del peccato come ci ricorda San Paolo, è quindi è un nemico.

Sorella o nemico? San Francesco e San Paolo hanno due visioni diverse della stessa fede.  Per San Francesco non devi averne paura per Paolo non è così, proviene dal diavolo, Dio non la voleva.

Il messaggio di Francesco ci dà letizia, ma se la morte è un nemico che si è impossessato di un terreno non suo attraverso il peccato, occorre qualcuno che la vinca per dare a noi speranza. Ci deve essere una battaglia e quella decisiva per la dottrina della Chiesa, è avvenuta nella resurrezione di Gesù.

Vito Mancuso pensa la morte come sorella, come la pensava San Francesco. Non va sconfitta perchè la morte viene da Dio, è parte della vita, un passaggio necessario.

In questa logica Dio è il principio di tutte le cose, non l’inizio, ma è ciò da cui tutto trae origine. Dio è la sorgente della vita.

In questa prospettiva l’essere è unitario e cammina, attraversato da una dinamica in movimento dove ci sono il bene e il male, il giusto e l’ingiusto. In questo cammino ciascuno tende a perfezionarsi, attraverso un processo che tende sempre più ad evolversi.

Per Vito Mancuso questa è la logica della creazione continua che sempre evolve, che è dialettica, relazione, energia che si trasforma guidata da un principio di bene. Un principio non un inizio, perché il principio ti accompagna sempre. Il principio è il logos, l’armonia dove tutto si muove in una logica relazionale.

Noi nella nostra libertà consapevole siamo chiamati a cercare la logica della relazione armonica che è dentro di noi. La vita spirituale ha questa capacità, la ricerca di un’armonia, di una relazione positiva con tutto il creato. Dobbiamo entrare in questa logica farsi abbracciare da lei, farsi trasportare da lei.

Il pensiero di Vito Mancuso si rivolge alle parole pronunciate da Gesù sulla croce: “Signore nelle tue mani affido il mio spirito” dove sembra indicare come la dimensione spirituale che è in noi, che possiamo chiamare anima, sia la cosa più importante che abbiamo. D’altronde già dal Concilio del 1513 voluto da Leone X, la Chiesa afferma l’immortalità dell’anima.

La vera battaglia sta nella conservazione della nostra interiorità, una battaglia che era chiara molto prima delle parole di Gesù ben 1500 anni prima per esempio nella civiltà egiziana, nel loro libro dei morti dove si dava importanza all’anima. La questione dell’anima è universale di tutte le tradizioni spirituali.

Per Mancuso è quella la vita dopo la morte e in questo senso Gesù ha vinto la morte con le parole dette sulla croce, affidando il suo spirito a Dio. Lo spirito non il corpo.

La resurrezione è un evento escatologico, non è la riesumazione di un cadavere, quella di Gesù è un’uscita dal tempo e dallo spazio, mentre noi ragioniamo con l’idea del tempo e dello spazio. La resurrezione non segue la logica spazio – temporale dove noi viviamo la nostra esperienza terrena. In questo senso, di uno spirito che non muore e vive in Dio, Mancuso ritiene che Gesù continua a  vivere.

Mancuso non crede nella resurrezione della carne. La vita eterna è in Dio e Dio non ha carne. Dio lo possiamo solo intuire come energia o luce e noi saremo così, una luce con la nostra personalità, individualità. In questo senso pensa a un corpo spirituale come diceva anche San Paolo.

Mancuso crede che Dio esiste ed è plausibile pensare che anche noi anche dopo la morte conserveremo la nostra personalità, saremo in Dio con il nostro io.

Siamo esseri intrecciati di relazioni e ciò fa pensare che anche la vita eterna sarà vita personale dove ciascuno vivrà  la sua personale nota.

Così possiamo vivere pensando alla morte come strada per arrivare ad essere luce, come sorella, perché voluta da Dio per arrivare alla vita piena. L’eterno è anche qua, ora, non è l’aldilà, tutti abbiamo fatto esperienza dell’eternità.  In un atto d’amore, in uno sguardo di un’alba, nella contemplazione della bellezza che ci circonda. Già qui c’è l’eterno. Noi siamo avvolti in una dimensione di mistero, già ora.

E viviamo la nostra energia nella nostra capacità di tessere relazioni e cercando un’armonia dentro di noi e con gli altri. In questo senso viviamo nel tempo e nell’eterno insieme.

In questa ricerca di relazioni e armonia per Mancuso assume un grande valore il dialogo con le altre spiritualità, perché l’universalità è l’unico modo di vivere le spiritualità. Tutte sono vere e imperfette. Dio va pensato come presente in tutte le diverse forme di spiritualità, presente nel pluralismo.

C’è un bel pluralismo nelle spiritualità e lavorare per far crescere una spiritualità universale, sarà un bene per l’umanità e anche per la nostra personale libertà.

La libertà per Mancuso non è individualismo. È certamente anche una liberazione, poi però ciascuno di noi deve mettersi alla ricerca di dire un grande si per costruire il futuro. Solo quando costruisci qualcosa di positivo e di bello per te e gli altri si entra nella sfera della libertà vera e matura, non quando diciamo solo no.

Abbiamo tutti bisogno di un orientamento. Il termine spirito vuol dire vento; la mente umana ha intuito che una certa parte di noi ha bisogno dell’elemento più libero che esiste, cioè l’aria, il vento. Dunque nella vita spirituale possiamo trovare la nostra vera libertà dicendo sì al bene e alla sua energia positiva, rifiutando il male ogni giorno, iniziando a costruire per noi cristiani quel regno di Dio di cui Gesù ci ha già parlato nelle bellissime pagine delle beatitudini, ma che in altre parole, in altri modi sono al centro di ogni pensiero religioso e spirituale.

Usciamo da questo incontro con più dubbi che certezze, con più domande che risposte, ma anche più leggeri, positivi, più eretici perché in ricerca della nostra libertà e della nostra più piena spiritualità.

Direi più felici perché anche avendo parlato della morte come sorella e non come nemica, ci viene ancor più voglia di gustare ogni attimo di questa vita terrena, della sua bellezza, unicità, di quanto tutti ci sentiamo in cammino con gli altri, credenti e non credenti, parte infinitesimale di un infinito che è già in noi nella nostra vita spirituale e nel nostro cuore.

Abbiamo sperimentato in quella piazza, ascoltando parole di luce, nel silenzio di chi sente il suo cuore scaldato, il cammino comune di tante persone che hanno fedi diverse, sensibilità diverse, che cercano di dare un senso alla vita attraverso l’amore.