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Le contaminazioni dello sport che avvicinano i popoli

Sono felice che per la prima volta una squadra africana sia approdata a una semifinale del mondiale di calcio.

Sono felice che dopo 20 anni (la prima volta avvenne in Corea) siano tre i continenti rappresentati nelle 4 squadre finaliste.

Sono felice perché il Marocco è da un lato nella sua parte a nord un paese che risente dell’influenza europea e al tempo stesso nella sua parte al sud nel deserto del Sahara, sia parte anche del mondo arabo.

Dalle splendide montagne del nord con le sue città d’arte, si arriva fino a Marrakech al centro sud, città unica al mondo, avamposto di un mondo arabo che si perde nel deserto roccioso prima e nel Sahara dopo.

Sono felice perché in questa vittoria di oggi contro il Portogallo c’è anche un riscatto non solo di un paese ma di un continente che è stato a lungo sfruttato nei secoli dal nostro di continenti (pensiamo ai paesi europei che hanno sfruttato per secoli questi popoli con il colonialismo).

In un mondo dove si alzano muri, il calcio giocato (non certo quello della dirigenza e della FIFA, immerso solo nella gestione di soldi e affari) invece si apre al mondo, avvicina le diverse culture e tradizioni.

Anche da qui si capisce come le contaminazioni sono positive.

Alle doti atletiche e tecniche di questi giocatori, si uniscono anche le strategie di gioco, imparata da allenatori e calciatori che vivono le loro esperienze sportive nei nostri paesi europei.

Sono felice perché così nel calcio l’Africa si avvicina all’Europa, quasi un preannuncio di un mondo che verrà.

Un mondo di contaminazioni inevitabili, che ne’ muri ne’ politiche di chiusura, potranno impedire.

Nella speranza che si lasci festeggiare anche nel nostro paese la comunità marocchina in festa senza i gesti avvenuti la scorsa settimana a Verona e nella speranza che anche la comunità maroccchina festeggi senza eccessi e solo con tanta tanta gioia.

Allora gioiamo anche noi, in fondo il calcio ci preannuncia un mondo nuovo, che noi ancora magari non vediamo ma che c’è già…

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