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L’opinione pubblica e la perdita dei diritti civili. La lezione di Domenico Quirico

In questi giorni ho avuto la possibilità di partecipare alla Pieve
di Romena ad un bellissimo incontro con il giornalista de La Stampa,
Domenico Quirico, inviato in tanti luoghi di guerra e di conflitti.
Durante questi viaggi
Quirico ha attraversato la sofferenza umana, da lui definita, “la
più grande ricchezza della storia del mondo”.
Il dolore
del singolo per Quirico si trasforma poi in dolore collettivo, tanto
che lui ne parla come “dell’unica forma di comunismo che ho
trovato, una uguaglianza nel dolore”.
Quirico ha condiviso e
raccontato l’esodo dei migranti africani, ha vissuto di persona
molti dei conflitti che insanguinano il nostro mondo, si è occupato
delle Primavere Arabe. Ha subito anche due rapimenti: il primo
nell’agosto 2011 in Libia dove è stato e liberato dopo due giorni;
il secondo nell’aprile del 2013, mentre si trovava in Siria come
corrispondente, ed è stato tenuto prigioniero per 5 mesi.
Quirico ha parlato della
modalità della narrazione di quanto ha visto con i propri occhi,
come di una forma di giornalismo che ha fallito: “la nostra
narrazione non ha portato a niente. Cercavo con il racconto ciò che
ho visto per creare quella commozione nei lettori che dovrebbe
spingere a un cambiamento di opinione, ma non è stato così. Abbiamo
narrato dei migranti e oggi il razzismo è aumentato in modo
esponenziale. in Siria ci sono stati 500 mila morti in 8 anni.
E il risultato di questa narrazione nella società civile quale è stato? Niente. Il
nostro modo di narrare non ha funzionato. Non abbiamo creato una
coscienza collettiva”.
Quirico nel suo
bellissimo intervento giunge alla conclusione che l’unica cosa che può
spingere oggi le persone in Occidente a cambiare la loro opinione è
l’idea e il valore del diritto, ovvero delle forme di libertà, di uguaglianza, di possibilità di perseguire le proprie aspirazioni, che
vengono riconosciute a ciascuno di noi in quanto persone. Si
entra allora nella sfera personale della nostra esistenza quotidiana.
Per Quirico esistono due
parti del mondo: il mondo del diritto, l’Occidente e poche altre
zone del pianeta e il mondo del non diritto (i due terzi della terra
dove vivono la maggior parte delle persone). Nella terra del non diritto si vivono le più grandi sofferenze umane.
Ma cos’è il mondo del
diritto? La storia del diritto inizia nel ‘700 in Francia e in
l’America. In quei paesi nasce l’idea che il diritto doveva legarsi
al termine di persona in quanto persona, e non sulla base di cosa la
contraddistingue o sulla base del suo ruolo o posizione. Ogni
uomo/donna in quanto persona, nasce con i diritti. Per la prima volta
si parla di dignità della persona. Ogni uomo/donna ha diritto alla
vita, alla libertà e alla ricerca della felicità (lo prevede per
esempio la Costituzione Americana) e lo prevede la nostra
Costituzione che garantisce questi diritti senza differenze di razza,
religione, idea politica.
L’Occidente si
contraddistingue essenzialmente dal resto del mondo per aver
inventato l’idea del diritto riconosciuto a tutte le persone.
Tra questi diritti è
compreso anche quello del muoversi liberamente.
Nella concezione del
diritto così come si è costruito in questi oltre 200 anni in Europa,
dunque non ha alcun senso il termine di migrante economico. Dire che
un migrante economico non può entrare in un paese da un punto di
vista giuridico e trasformarlo in un clandestino, è una
contraddizione del senso stesso del diritto nato in Occidente.
Poi certo da qui nasce la
necessità di governare il fenomeno, partendo però da questa
considerazione.
Ma il tema che si pone oggi è
molto più grande e va oltre il fenomeno della migrazione. 
Purtroppo in Occidente,
da alcuni anni si sta facendo il discorso all’inverso di quanto si è
cercato di attuare soprattutto dal dopoguerra in poi.
.
E’ come se fosse in
corso un progetto da parte di alcuni movimenti in Europa, in
Occidente e in altri grandi paesi, che cercano di rendere più
illiberali le nostre democrazie.
Un progetto che mira a
distruggere le fondamenta della nostra convivenza civile. Quirico ne
parla come del “rumore della storia”.
E i migranti sono stati
solo il mattoncino iniziale di un progetto politico di chi vuole creare
forme di democrazia illiberale.
D’altronde ci sono già
paesi dell’Unione Europea, come per esempio l’Ungheria e la Polonia,
che vivono di fatto all’interno di una democrazia per molti versi illiberale.
Dunque il rischio che si
corre in questi tempi difficili, anche nel nostro paese, è quello di
perdere diritti civili, conquistati con grandi lotte ed iniziare un
percorso che può portarci verso una forma di democrazia illiberale.
Non mi riferisco ai soli
profughi, ma penso alle politiche che si vorrebbero attuare in
termini di diritto di famiglia, in tema di diritti civili, le
politiche degli ultimi anni in tema di lavoro con la perdita di
diritti acquisiti, la sempre minor possibilità di garantire una
sanità pubblica per tutti i cittadini, l’incapacità di garantire a tutti i
ragazzi la possibilità di istruirsi, l’acuirsi delle disuguaglianze
sociali, la stessa differenza di salari e stipendi.
Un percorso iniziato non
certo un anno fa, ma da più tempo e che in questi mesi si sta
acuendo sempre più. Ma certo dire “Prima gli italiani” è
già di per sé una demolizione automatica del diritto, perchè
quello che conta è l’uomo/donna in quanto persona, e non può
esserci un prima e un dopo, ma un contemporaneamente, il diritto
riconosciuto a tutte le persone.Di questo parla la nostra Costituzione.
Guardando fuori da noi
sicuramente politici come Trump (basta vedere le sue dichiarazioni di
queste ore in Inghilterra sull’Europa), Putin e il Presidente della
Cina, sono uomini di stato che hanno tutto l’interesse ad
alimentare una divisione dell’Europa, a far si che il nostro
continente torni ad essere un insieme di piccoli stati, perchè oggi,
nel mondo del mercato globale, non avere un’Europa unita, è quanto
di più interessa a chi cerca di ampliare il proprio potere.
Forse ha proprio ragione
Quirico; anche i giornalisti dovrebbero iniziare più a parlare del
rischio che ciascuno di noi corre sul campo della perdita dei
diritti personali, per cercare di spingere l’opinione pubblica a una maggiore
conoscenza ed a una presa di coscienza, perchè barconi che
affondano, persone in fuga dalla guerra e dalla povertà, migliaia di
bambini che muoiono o perdono la loro innocenza a causa della guerra,
sembrano non scuotere più l’opinione pubblica e la nostra coscienza.
Il giornalista de La Stampa Domenico Quirico