Siate eretici: l'eretico ha poche certezze e tante domande, l'unico modo per essere sempre in cammino

L’umano e il divino si incontrano nelle canzoni di Franco Battiato

Ci sono canzoni e artisti i quali, una volta ascoltati, entrano a far parte della tua storia e del tuo cammino, a volte segnando tempi e percorsi.

Nella mia vita sicuramente Franco Battiato e tra queste persone, ma oltre che per la bellezza di alcune sue canzoni, per la sua personale ricerca di Dio e della spiritualità..

In questi primi giorni della sua “trasformazione” (non mi piace parlare di morte, perché lui per primo diceva che la morte è un passaggio),  il mio risveglio al mattino ha coinciso con l’ascolto di tanti suoi brani.

In quell’ascolto lungo un periodo di oltre quaranta anni da “l’era del cinghiale bianco” del 1979 fino all’ultimo suo disco “Torneremo ancora” del 2019, tante strofe delle sue canzoni o la musica che le compone ha fatto scattare in me ricordi e sensazioni.

Ci sono frasi nelle sue canzoni che rappresentano i dubbi, le difficoltà, ma al tempo stesso anche la tensione alla ricerca, che sono proprie della nostra umanità.

Ascoltare testi come “e il mio maestro mi insegnò come è difficile trovare l’alba dentro all’imbrunire” di Prospettiva Nevski,  oppure“E la sera rincasavo sempre tardi, solo i miei passi lungo i viali” di Alexander Platz con il senso di solitudine e di unicità che si avverte, non può non far riflettere.

Far entrare dentro di sé parole come “camminatore che vai, cercando la pace al crepuscolo….. la troverai alla fine della strada….” di Nomadi, o immedesimarsi nei  “Voli imprevedibili ed ascese velocissime. Traiettorie impercettibili,  Codici di geometria esistenziale” de Gli Uccelli, oppure accogliere in sé la spiritualità di parole come  “Dovrei cambiare l’oggetto dei miei desideri, non accontentarmi di piccole gioie quotidiane, fare come un eremita, che rinuncia a sé” di E ti vengo a cercare, ancora oggi invita al dubbio, alla bellezza, al senso che la vita ha per ciascuno di noi.

Inutile dire che la ricerca di Dio, del divino, dell’oltre che ci aspetta, mi fa sentire Battiato come un amico stretto, un compagno di viaggio.

Così quando in questi giorni ho scoperto che lui ogni mattina recitava la preghiera d’abbandono di padre Charles De Faucault, mi sono commosso pensando che proprio in questi mesi ho ripreso in mano un libro che don Ivan Cornioli mi donò proprio alla fine degli anni ’70 dal titolo “Come loro”, scritto alla fine degli anni ’50 da R. Voillaume che racconta la vita religiosa dei Piccoli Fratelli di  Charles De Faucault e contiene gli scritti di padre Charles tra cui anche questa bellissima preghiera.

“Padre mio, io mi abbandono a te, fa di me ciò che ti piace. Qualunque cosa tu faccia di me Ti ringrazio. Sono pronto a tutto, accetto tutto. La tua volontà si compia in me, in tutte le tue creature. Non desidero altro, mio Dio. Affido l’anima mia alle tue mani. Te la dono mio Dio, con tutto l’amore del mio cuore perché ti amo, ed è un bisogno del mio amore, di donarmi, di pormi nelle tue mani senza riserve con infinita fiducia perché Tu sei mio Padre”.

A dicembre di quest’anno saranno 10 anni dall’ultima volta che ho visto Franco Battiato in concerto a Rimini. Era un ultimo dell’anno. L’ho ascoltato dal vivo altre volte, mentre cantava da solo al piano, oppure accompagnato da Giusto Pio, oppure con l’orchestra.

Lo ascolto da sempre, in macchina oppure mentre corro con le cuffie. La sua è una compagnia che mi piace.

La sua è una musica che spinge ad immaginare a percorrere la Via Lattea immaginando la grandezza dell’universo, oppure ad immergersi in un Oceano di silenzio, staccandosi da tutti i “rumori” del mondo.

E’ presente nella labilità dei nostri amori umani e nelle sue stagioni, ma anche nella Cura che ci spinge a un amore invece che è assoluto e rispettoso dell’altro.

Invita a cercare Un’altra vita, fuori dalle strade delle nostre città per ricercare la serenità e la pace, ma al tempo stesso ci canta anche di desiderio come fa in Voglio vederti danzare, dai “dervishes che girano sulle spine dorsali”, fino “ai danzatori bulgari che si muovono a piedi nudi sui bracieri ardenti”.

E non si dimentica della vita sociale e politica come fa in Povera patria  quando scrive di un’ItaliaSchiacciata dagli abusi del potere, di gente infame, che non sa cos’è il pudore. Si credono potenti e gli va bene quello che fanno e tutto gli appartiene”.

C’è tutto questo e tanto altro in Franco Battiato, tra misticismo e carnalità, in un uomo che ha voluto sperimentare la vita di ogni religione affermando che “ogni tradizione spirituale è una freccia scagliata verso l’alto, diverse le provenienze e le traiettorie ma Uno è l’obbiettivo congiunto e supremo”

Così si è sempre più staccato nel tempo da una vita troppo terrena e rumorosa, spinto dalla nostalgia per il divino.

E mi piace pensare che oggi ha trovato le risposte a ciò che cantava in Mesopotamia, la valle che “vide alle sue rive Isacco di Ninive”.

In quella canzone Battiato si chiedeva “Che cosa resterà di me, del transito terrestre? Di tutte le impressioni che ho avuto in questa vita?”

Le stesse domande che ciascuno di noi si fa ogni giorno, con i propri dubbi e le proprie speranze, nel cammino della nostra vita su queste terra.

Commenti (2):

  1. Nicoletta

    20 Maggio 2021 at 18:56

    Meraviglioso franco e le tue considerazioni altrettanto profonde.. Grazie.. le sue canzoni mi hanno accompagnato in momenti difficili della mia vita perciò rimarrà sempre nel mio cuore

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