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Pensando ai bambini che l’Ucraina ci affida

Nelle guerre si manifestano sempre le due grandi contraddizioni dell’umanità.

Da un lato ci sono persone che uccidono altre persone sconosciute, delle quali non sanno niente e dall’altra ci sono uomini e donne che aiutano per senso di solidarietà altri uomini e donne delle quali allo stesso modo non conoscono niente.

C’è chi uccide perchè esegue un ordine senza sapere il motivo vero di quell’ordine che viene da lontano e c’è chi salva vite per un senso di solidarietà e di amore verso l’umanità, senza sapere cosa l’altro pensa, crede, sente.

C’è chi calcola nei minimi dettagli un obiettivo da colpire e c’è chi sta nelle strade incurante del rischio che corre sentendo il rumore delle bombe per il solo desiderio di salvare quante più persone possibili.

La vita e la morte si rincorrono nella guerra, anche in questa guerra in Ucraina, dentro la nostra Europa, sapendo che da un lato non c’è alcuna giustificazione plausibile a un’invasione e che dall’altro non è stato fatto niente per anni, nonostante i segnali che arrivavano, per evitare l’ennesimo massacro.

Abbiamo dentro di noi la consapevolezza che le immagini di distruzione che scorrono sotto i nostri occhi sono il fallimento delle politiche internazionali di coloro che hanno gestito il potere in questi anni.

Ma sentiamo forte anche la necessità di reagire.

In questa situazione di grave pericolo c’è un compito che compete a noi occidentali: la salvaguardia di bambini e bambine che a centinaia di migliaia stanno fuggendo, insieme alle loro mamme e nonni verso i nostri confini.

Questa guerra credo che sarà ricordata anche per il grande esodo dei tanti piccoli che giorno dopo giorno stanno lasciando l’Ucraina, quasi come se questa nazione ci chiedesse di salvaguardare in qualche modo il futuro del loro paese.

A noi che li ospitiamo nelle nostre case e nelle nostre città, spetta il compito di aiutarli a costruire un futuro dover l’odio non prevalga nella loro vita.

Stiamo ospitando orfani, bambini e bambine che in molti casi non rivedranno più i loro padri rimasti in Ucraina a combattere, e dovremo aiutarli a crescere senza rancore, senza un nemico davanti ai loro occhi, per aiutarli a tornare un domani nella loro terra, quando sarà il momento, come persone che avranno imparato che esiste la possibilità di una convivenza serena con altri popoli e nazioni.

Dovremmo imparare a guardarli con gli occhi dei tanti volontari delle ONG, delle associazioni che si stanno occupando di loro, di tutti coloro che in tanti modi diversi si stanno dando da fare indipendentemente dalle colpe degli uni o degli altri, perchè dentro di sé sentono di essere e vogliono vivere come costruttori di pace.

Oggi possiamo finalmente capire anche la bellezza dell’azione di queste associazioni non governative, e riscoprirne i valori che ne guidano le azioni.

Sarebbe bello anche aiutarle finanziariamente come chiedono, con piccoli contributi mensili che permettono a loro di salvare vite in tante parti del mondo e oggi anche di aiutare chi fugge dalla guerra in Ucraina.

Mi viene da pensare che con un nostro piccolo sacrificio possiamo aiutare volti che non vedremo mai direttamente, ma che possono avere un futuro migliore.

Anche questo è un modo di essere costruttori di pace.

Ma ce ne sono tanti altri, come diventare tutori dei minori che sono qui da noi soli, adoperarsi come volontari nelle varie strutture dove i bambini arriveranno, diventare amici delle famiglie che li ospiteranno, fare in modo che crescano insieme ai nostri figli.

Il popolo ucraino sta affidando i propri figli piccoli alle nostre democrazie occidentali, che loro ritengono come noi, ancora oggi, pur con tutti i limiti, la forma migliore di vita di un popolo.

Vivranno con noi il tempo necessario perchè possa avviarsi in quella terra un processo di ricostruzione dopo che il conflitto sarà terminato.

Oggi non sappiamo come e quando ciò accadrà, ma dovremmo insegnare loro la cura dell’altro, il rispetto per il diverso, l’attenzione all’ascolto.

A noi il compito di aiutarli a crescere non nell’odio del nemico, ma nella ricchezza che c’è nella diversità, nella bellezza della libertà, nella necessità di avere un sogno da poter realizzare.

Così mentre le bombe ancora cadono, altri bambini, uomini e donne muoiono, mentre dobbiamo fare i conti anche con le nostre paure per l’incertezza del domani, siamo chiamati non a rinchiuderci in noi stessi, ma a dare il nostro contributo verso chi arrivando da noi, non si senta solo e guardandoci negli occhi e guardando come viviamo, possa capire che c’è un futuro per il loro e il nostro domani.

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