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Quel 13 giugno di 40 anni fa, al funerale di Enrico Berlinguer

Il 13 giugno 1984 Roma era una città caldissima.

Fin dalle prime ore del giorno una fiume di persone si estendeva da via delle Botteghe Oscure fino ai Fori Imperiali per terminare in piazza San Giovanni, la piazza che ha sempre ospitato le più grandi manifestazioni organizzate dal PCI.

Da lì a poco oltre un milione e mezzo di uomini e donne avrebbero preso parte ai funerali di Enrico Berlinguer, morto due giorni prima in seguito a un grave malore che lo aveva colto mentre il 7 giugno teneva un comizio a Padova per le elezioni europee.

Roma si apprestava a vivere uno di quegli eventi collettivi che entrano nella storia di un paese.

Emozioni, dolore, pugni chiusi, bandiere rosse, il grido “Enrico, Enrico” e quell’unica parola “Addio” scritta sulla prima pagina dell’unità.

Quel 13 giugno 1984 mi svegliai presto e insieme a tre amici partimmo per Roma.

Non ero un iscritto al partito comunista, non lo avevo mai votato, ma avevo imparato a conoscere il segretario del PCI leggendo i suoi interventi sulle pagine dell’Unità. 

In quegli anni leggevo i giornali dei principali partiti soprattutto quando si tenevano i congressi, o in occasioni particolari.

L’Unità,  l’Avanti, il Popolo, quotidiani del PCI, del PSI e della Democrazia Cristiana.

Seguivo il consiglio che mi aveva dato un prete, don Ivan Cornioli, la persona che mi ha avvicinato alla fede, ma anche alla politica.

Leggere gli interventi dei principali esponenti politici ti aiuterà a farti un’idea di ciò che si muove, dei valori che guidano i loro pensieri e ti aiuterà a scegliere“, mi spiegava don Ivan, persona che vedeva nella diversità delle idee una ricchezza che ampliava il nostro modo di pensare.

Un modo di coltivare la propria libertà e capacità di ragionare con la propria testa.

Così ho imparato a conoscere e a stimare Enrico Berlinguer negli anni auccessivi alla sua idea del compromesso storico e al successo elettorale ottenuto dai comunisti italiani alle elezioni del 1976.

Sempre  in quell’anno Berlinguer portò il PCI alla rottura definitiva con il Partito Comunista sovietico, proponendo la sua teoria dell’eurocomunismo, una forma di comunismo che valorizza la democrazia e il pluralismo, attraverso un pensiero riformatore.

Grazie al suo pensiero sul compromesso storico e sull’eurocomunismo, Berlinguer portò il Pci, dopo le elezioni del 1976, al primo governo di solidarietà nazionale, dove il suo partito, attraverso l’istituto dell’astensione,  arrivò a sostenere un governo monocolore a guida democristiana.

©LaPresse Archivio Storico Politica 03-05-1977 Roma Nella foto: Luigi Berlinguer e Aldo Moro

Si apriva così la stagione pensata in Italia da Enrico Berlinguer e Aldo Moro, che nel tempo avrebbe dovuto portare a una politica dell’alternanza al governo, interrotta nel 1978 dal rapimento e dall’omicidio del Presidente della Democrazia Cristiana.

Nel 1981, Berlinguer sollevò in modo forte il tema della questione morale, denunciando la corruzione della classe politica italiana e l’occupazione delle strutture dello Stato da parte dei partiti. Tutto ciò nel tempo per lui avrebbe portato al rischio di un rifiuto della politica da parte dei cittadini. Quasi un presagio di quello che poi accadrà nel nostro paese.

Un pensiero innovativo il suo, un ulteriore passo verso una democrazia più compiuta in un momento anche di grandi conquiste sociali e di diritti civili.

Pur venendo da un mondo lontano al PCI in Enrico Berlinguer vedevo un uomo il cui pensiero si avvicinava come pochi altri al mio modo di intendere la politica.

Vedevo un uomo dove le cose che diceva corrispondevano a quella che era la sua vita personale.

Il suo impegno per migliorare la qualità della vita del mondo operaio, la lotta per i diritti delle persone, l’etica che guida l’azione politica, le parole che scaldano il cuore e ti spingono a un impegno concreto, sono le cose che mi hanno fatto sentire Enrico Berlinguer un uomo credibile.

In quei tristi giorni del giugno 1984 avvertivo che la morte di Enrico Berlinguer sarebbe stata una perdita enorme per la democrazia del nostro paese.

Sentivo anche che era importante partecipare al suo saluto.

Emozioni forti che ti spingono a non mancare a quello che è stato non solo un appuntamento con la storia, ma anche l’espressione di un dolore collettivo di una intera comunità.

La sua uscita di scena avvenuta su quel palco a Padova era quasi la rappresentazione di un martirio, di un uomo che perde la vita senza rinunciare a manifestare il proprio pensiero.

Fu una giornata lunghissima, iniziata con la coda infinita per entrare alla sede di via delle Botteghe Oscure davanti alla sua bara, continuata lungo i Fori Imperiali mentre il sole batteva forte su quel milione e mezzo di persone che si erano dati appuntamento a Roma.

La mia prima e unica volta dentro la sede del PCI fu quella dell’addio al suo segretario.

Non riuscimmo ad arrivare in piazza San Giovanni restando bloccati da quel fiume di persone lungo i Fori Imperiali.

Non avevo mai visto così tanta gente.

Una giornata terminata nel tardo pomeriggio con altre lunghe e interminabili code in auto per uscire da Roma e rientrare a casa.

Tante ore in piedi con il caldo che non dava tregua, poco cibo e tanta acqua da bere.

Durante il viaggio la stanchezza si faceva sentire quando ancora restavano alcune ore di auto lungo l’autostrada per tornare a casa.

E fu in quel viaggio di ritorno, mentre guidavo l’auto, che fui sorpreso da un improvviso colpo di sonno.

I miei occhi si chiusero e fu solo grazie alla prontezza di Mauro, seduto al mio fianco, che prese il controllo della macchina, che  non accadde niente di grave.

Riaprii gli occhi mentre Mauro teneva il volante dell’auto e ripresi il controllo. Ci fermammo poco dopo a prendere un caffè e Mauro guidò fino a casa.

40 anni dopo penso che è stato importante esserci stato quel giorno a Roma, insieme al popolo di Berlinguer, a dire addio, anch’io a una persona perbene.

Mi piace ricordarlo ancora oggi con le parole che qualche giorno dopo la sua morte disse Luciano Lama: “Alla base di questo sentimento di solidarietà, di dolore sincero, che proviamo con la sua morte, c’è un sentimento profondo che riguarda un uomo che aveva una diversità: quella di essere pulito, quella di mettere gli interessi personali al di sotto di quello che lui considerava il bene del Paese”.

È proprio caso di dire ancora oggi “Berlinguer ti voglio bene”

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