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Scoprire Dio a Sarajevo

“Allora Dio è uno solo?”

Inizia con queste parole il bellissimo libro scritto da Diana Bosnjak Monai dal titolo “Dio è uno solo. Sarajevo Requiem”, dove attraverso storie di amori, amicizie, momenti di felicità e di dolore, si raccontano le difficoltà del vivere oggi nella Sarajevo del dopoguerra nel rapporto quotidiano tra ebrei, cristiani ortodossi, musulmani, rom in una ricerca di una propria identità che si è smarrita.

Proprio là, nella città europea che aveva fatto del multiculturalismo il proprio punto di forza rendendola una città dove vivere la propria fede e le proprie tradizioni sembrava finalmente possibile, la crudeltà sembrava aver allontanato per sempre comunità che per secoli erano riusciti a convivere nel rispetto e nella tolleranza.

Dio è uno solo. Sarajevo Requiem

Eppure questo romanzo ci racconta che un rapporto, seppur difficile e coraggioso è ancora possibile, se tutti si riesce ad andare oltre le proprie convinzioni e culture e fare un passo verso l’altro, dando spazio anche alla propria immaginazione che riesce a sfidare le verità imposte dalle proprie tradizioni.

Così la ricerca di una tomba in un cimitero dove seppellire l’ebreo Moni, amico del mussulmano Ahmet, diventa il modo di soverchiare leggi antiche che guidano le tradizioni religiose che sembrano intoccabili, lasciando spazio all’umanità e alle miserie di ogni uomo e donna che vive e pulsa in queste pagine.

Una ricerca dell’identità personale che a ciascuno farà lasciare parte delle proprie convinzioni e tradizioni per scoprire ciò che conta veramente come l’amore per un figlio, per la propria donna o uomo, l’affetto che porta al perdono, la comprensione dell’altro che diventa anche comprensione di se stessi, l’amicizia che conta più delle proprie idee ed anzi aiuta a trasformarle, la musica dei rom che a un certo punto può accompagnare anche il funerale di un ebreo o di un mussulmano fino alla dispersione delle sue ceneri.

Diana Bosnjak Monai

Resta ciò che veramente rappresenta Dio in ogni religione, ovvero l’amore con i suoi gesti più o meno grandi, dal senso di un bacio e di una carezza, dal prodigarsi per realizzare l’ultima richiesta in vita di un amico.

E resta anche la tolleranza per ciò che non si comprende fino in fondo, ma non per questo non può essere meno vero, e la tolleranza per gli errori commessi nel cammino della vita.

Così le storie di  Ahmet, Nina, Hannah, Mesud, Namir, Emina si intrecciano e si legano coinvolgendo anche gli altri protagonisti che si muovono lungo una Sarajevo che sembra incapace di uscire dal limbo in cui quella guerra di 30 anni fa l’ha proiettata.

Una città dove la vita appare incerta, precaria, che non riesce a darsi un futuro, dove ancora oggi, una volta persi i propri cari, la scelta più razionale sembra quella della partenza verso altri luoghi e paesi.

Tutto ciò si percepisce pagina dopo pagina, oggi ancor di più con l’altra guerra, 30 anni dopo, scoppiata nel cuore del nostro continente, alimentando in tutti noi un clima di paura e di incertezza.

Le guerre non sono mai originali, sono ripetitive nei drammi e nel dolore che lasciano,  nelle conseguenze che comportano in termini di precarietà, emigrazione, incertezza nel dopo che viene e che verrà. Così è stato a Sarajevo e nell’ex Jugoslavia, così sarà domani a Kiev e in Ucraina.

Così è nelle tante altre guerre sparse nel mondo e che non ci coinvolgono da vicino, se non per i migranti che arrivano da noi.

Eppure le storie personali di questo romanzo non sono mai veramente tristi, perché sempre, nel loro intersecarsi, appare l’affetto e l’amore che li lega e che li spinge ad andare avanti.

Sarà così fino a quando una finestra della casa di un ebreo che ogni mattina si guardava per incrociare il volto di un amico non resterà chiusa, una porta di un negozio di un mussulmano non si aprirà più, o si deciderà di vendere un’abitazione  perché gli affetti che tenevano insieme quelle persone non ci sono più, e stare in quelle stanze non ha più senso.

Ma ci sarà stato il tempo di aver saputo organizzare il ballo di un orso su una tomba (come richiesto dall’ebreo Milo) e del saluto della musica dei gitani per le ceneri di una coppia di sposi (come richiesto dal mussulmano Ahmet per lui e la sua sposa Emina), cambiando in parte le loro credenze e le loro verità, lasciando spazio all’amore e dunque a ciò che è l’essenza di Dio.

“Dunque, ditemi: Dio è uno solo?” sono le parole con cui termina il libro di Diana Bosnjak Monai, la stessa domanda che lo ha aperto e che è rivolta anche a ciascuno di noi…

Il Dio dei cristiani, dei mussulmani, degli ebrei, dei rom (che nei Balcani hanno una religione cristiano ortodossa) è un Dio che fa dell’amore, della tolleranza e del perdono le testate d’angolo del suo pensiero.

Ma al tempo stesso è un Dio migrante, che invita al cammino, al non fermarsi, ad andare sempre oltre; oltre se stessi e le proprie piccole idee; oltre, alzando gli occhi verso l’altro; oltre i luoghi, gli spazi, le terre che abitiamo; oltre le tradizioni, la cultura e le credenze nelle quali cresciamo; oltre il dolore che proviamo; oltre le guerre che viviamo.

Ma è un Dio che si ferma di fronte all’affetto e all’amore, lì trova casa e dimora.

Di fronte all’amore che vive anche nel ricordo che portiamo con noi, neanche la morte può niente….

Se Dio è questo, allora Dio è uno solo e abita in ciascuno di noi …

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