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Sfera privata e sfera pubblica nell’Italia chiamata a convivere con il coronavirus

Sono giorni veramente particolari quelli che stiamo vivendo; momenti che ci stanno spingendo anche a cambiare comportamenti personali che fino a qualche tempo fa non avremmo mai immaginato. Ci attende un periodo non facile che credo lascerà il segno per molto tempo nella nostra visione e idea della vita di relazione.       

Quando la paura del contagio arriva fino alla nostra sfera privata, allora si intuisce veramente cosa vuol dire trovarsi in isolamento.  Si avverte una situazione di impotenza che apre a diffidenze e distanze, soprattutto se il “nemico” è invisibile, come lo è un virus che si propaga e del quale ancora poco conosciamo.  Il non poter stringere una mano a una persona conosciuta, il tenere le distanze come forma di tutela, in qualche modo limitare la propria area di movimento, rende tutti noi più “poveri”. Si è “poveri” quando si è più soli, quando la vita di relazione si restringe, quando anche andare a un teatro e a un cinema diventa non un piacere, ma viene percepito come un possibile rischio, quando ti senti sicuro solo dentro le mura della tua casa. Non siamo stati pensati così; una persona senza contatto con gli altri non è più una persona.

Accanto alla dimensione personale avvertiamo inevitabilmente anche il cambiamento di una dimensione collettiva, che non è solo economica, ma anche sociale.       Il coronavirus ci fa avvertire più da vicino cosa, per esempio, provano i profughi provenienti da guerre e povertà che cercano una salvezza spingendosi fino ai nostri confini. Ci fa sperimentare cosa vuol dire essere rifiutati, come avviene in queste settimane a noi, con tanti paesi che evitano o limitano al massimo i contatti con il nostro paese. Da respingitori a respinti; il coronavirus ci sta rendendo “clandestini” nel mondo.  

Ma ci sono anche alcuni aspetti positivi che al tempo del coronavirus possiamo riscoprire.

Nella sfera personale un rallentamento della vita frenetica a cui siamo abituati può portare a dare maggior spazio a noi stessi, agli affetti familiari, alla riscoperta delle persone che ci vivono accanto, alla lettura di un libro, allo spazio per una passeggiata, a provare a capire cosa veramente conta nella nostra esistenza. In qualche modo quasi una “piccola scuola” per prepararsi, una volta che anche il coronavirus sarà stato debellato, a una stagione nuova nei rapporti interpersonali, con una maggiore attenzione al nostro “prossimo”, che nasce anche dalla cura che oggi dobbiamo avere per noi e per chi vive nel nostro contesto sociale. Dal coronavirus potremmo imparare, dopo averne percepito l’importanza della perdita, la bellezza della costruzione delle relazioni.

Nella sfera collettiva l’importanza di un sanità che funziona; una sanità che è e deve restare soprattutto pubblica, offerta a tutti, che cura tutti indipendentemente dal proprio portafoglio o dalle proprie assicurazioni, ricca di uomini e donne, medici e infermieri, bravi competenti e che danno l’anima per curarci. Una cosa bellissima, che ha certamente dei limiti, ma che è stata una delle conquiste più importanti nella storia recente del nostro paese, da difendere con le unghie e con i denti perché nessuno ce la porti via.                                                            

In generale potremmo riscoprire l’importanza del pubblico contro il privato, che invece in questi ultimi decenni ci è stato propinato come la strada maestra da seguire, all’interno di una società troppo individualista che ha guardato al guadagno personale del singolo, a scapito della crescita di un popolo come comunità.  Si tratta, in breve, del “bene comune” che non solo la politica, ma anche l’economia dovrebbe perseguire, con l’idea di una comunità che cura, non solo il corpo ma anche l’anima di ogni persona che si trovi su questo lembo di pianeta che si chiama Italia.

Allora questo virus, che oggi giustamente percepiamo principalmente come un attacco alla nostra personale e collettiva salute e incolumità, potrebbe aiutarci a diventare uomini e donne più consapevoli e aperti e una società meno chiusa, disponibile a capire ed accogliere il nuovo che arriverà.