Siate eretici: l'eretico ha poche certezze e tante domande, l'unico modo per essere sempre in cammino

Siamo tutti sulla stessa barca

In queste settimane stiamo assistendo a una diminuzione del nostro senso di individualismo che credo sia il primo segnale forte di un cambiamento che sta avvenendo dentro di noi. Lo avvertiamo nelle gesta che compiono i nostri medici e infermieri dei quali non individuiamo un volto o una storia, ma anche se ascoltiamo le loro singole parole e storie le percepiamo come un racconto collettivo, come un movimento e un’azione collettiva di persone che mettono a rischio la loro vita per un noi che supera la nostra personale esistenza. Lo intuiamo dai volti di uomini come Mattarella e Conte che oggi rappresentano non quello che stanno singolarmente facendo, ma l’istituzione che oggi incarnano come non mai e a niente servono le parole dei singoli politici che oggi passano in secondo piano, perché e’ solo alle istituzioni come baluardo di difesa della nostra comunità che oggi guardiamo e vogliamo riconoscerci. Lo percepiamo nei volti di persone come li governanti di Italia, Francia, Spagna, Portogallo e altri paesi e nel loŕo accorato sforzo di lanciare un appello ai paesi nordici europei che non riescono a uscire dalla loro piccola e miope visione nazionale di fronte a un evento che si può affrontare solo come Europa e non come singolo stato. Un evento che rischia di mettere la parola fine a un’esperienza politica di pace durata 70 anni. Lo rappresenta quell’uomo solo vestito di bianco in quella piazza vuota che invoca un Dio che sembra voltare le spalle al mondo. Papa Francesco rappresenta lo sbigottimento e la fragilità di un popolo di credenti, mai come oggi smarriti e impauriti. Impauriti di aver perso anche il loro Dio. Un popolo di credenti che si sente abbandonato, ma che invece inizia ad avere la consapevolezza di essersi abbandonato da solo, proprio perché individualmente, con una condizione di vita egoistica, ha pensato soprattutto al proprio tornaconto personale. Dio non ci ha abbandonato, noi abbiamo abbandonato lo sguardo con cui Dio ci invita a guardare alla vita, dove gli altri non sono mai staccati da noi, soprattutto i più poveri. Il “Siamo tutti sulla stessa barca”, proclamato ieri da Papa Francesco, mai come oggi ci appare in tutta la sua verità. Una barca in un mare in tempesta e per non affogare ognuno ha un ruolo da svolgere mettendosi al servizio di tutti. Il più ricco del più povero, chi ha più responsabilità verso chi ha meno forza, potere, possibilità. Così oggi che siamo così soli chiusi nelle mura delle nostre case riscopriamo la bellezza dell’essere parte di un tutto in una lunga catena infinita, dove confini, frontiere, sovranismo, individualismo non hanno più senso, perché sono la rappresentazione stessa della nostra morte collettiva e personale. Baricco in un bellissimo articolo di qualche giorno fa parlava della necessità dell’audacia nell’affrontare questo tempo di tempesta. Io credo che l’audacia più grande dentro di noi è la responsabilità che dobbiamo avvertire nelle nostre azioni verso gli altri, condividere i nostri talenti, metterli a disposizione di chi oggi è più in sofferenza, rinunciare al nostro piccolo o grande potere per dare una mano a uscire da un mare agitato. Dio non ci ha abbandonato, abbiamo fatto tutto da noi, sfidando la natura e creando un mondo di diseguaglianze. Ma nella libertà che ci ha dato, ci offre la possibilità di guardare con i suoi occhi oggi mentre la tempesta è in corso e domani nel futuro che ci attende, quando la tempesta sarà finita.