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Un 25 aprile non di ricordi, ma di memoria per costruire il futuro

“Fare memoria”, per noi di Libera diventa l’essenza stessa che lega ricordare ciò che è accaduto per costruire il nostro impegno nel presente e nel futuro. Tante volte abbiamo parlato e riflettuto sul suo senso e significato.

In fondo nei primi mesi di ogni anno, sono tanti i momenti per “fare memoria”; dal 27 gennaio ricordando la Shoah, al 10 febbraio con il pensiero rivolto alle vittime delle Foibe, al 21 marzo con lo sguardo rivolto alle persone innocenti uccise dalle mafie, fino a celebrare il 25 aprile, pensando a coloro che hanno dato la vita per la nostra libertà.

Eventi della nostra storia come comunità e popolo dove si gioca anche buona parte della nostra storia personale, perché tutti noi siamo frutto, in positivo e negativo, di fatti che forse non abbiamo vissuto personalmente, ma che hanno investito la vita delle nostre famiglie, la vita di persone che abbiamo conosciuto, le storie personali che abbiamo incrociato anche come semplice racconto.

Non ho trovato descrizione più bella del “fare memoria” di quella scritta da Jonathan Sacks nel suo libro “Moralità”.

La storia riguarda i fatti, la memoria riguarda l’identità. La storia riguarda qualcosa che è accaduto a qualcun altro e non a me. La memoria è la mia storia, il passato che ha fatto di me quello che sono, del cui lascito sono il custode per le generazioni a venire. Senza memoria non c’è identità”.

C’è un passato personale, ma c’è un passato anche come popolo, come comunità che ci coinvolge e ci riguarda. Dobbiamo dare spazio alla nostra capacità di trasformare le emozioni dei ricordi in senso di responsabilità. E la responsabilità ci costringe a riflettere sul “noi” che deve farsi spazio contro “l’io”.

Sarebbe bello dedicare parte delle ore che precedono la celebrazione del 25 Aprile, la nostra Festa della Liberazione dal nazismo e dal fascismo che ha dato il via al processo storico che ha portato prima alla nascita della nostra Repubblica nel 1946, poi della nostra Costituzione nel 1948 e l’inizio della storia di uno stato democratico basato su valori condivisi, a riflettere su come ciascuno di noi può assumersi nell’impegno quotidiano il senso di responsabilità che dobbiamo avvertire verso la nostra comunità.

Vorrebbe dire che esiste una continuità spirituale tra quegli uomini e quelle donne che hanno combattuto sulle nostre colline, montagne, strade di città e paesi per liberarci e noi che viviamo oggi in questi stessi territori e case. Tutto ciò si chiama identità.

Una identità che, molto più del vincolo di sangue e di appartenenza a un territorio, si costruisce su valori condivisi che sentiamo ancora nostri.

Libertà, uguaglianze, dignità, lotta alle ingiustizie, diritto al lavoro, alla salute, all’istruzione sono il legame che unisce le persone che ieri lottavano contro il nazi-fascismo a chi avverte oggi un senso di responsabilità verso la costruzione di un “noi” che venga prima del nostro personale “io”.

Il “noi” che quelle persone seppero vivere fino alla morte è la capacità di alzare lo sguardo verso il benessere di tutti, la capacità di chiedere non soltanto quello che è bene per me, ma ciò che è bene per tutti noi insieme.

Il nostro 25 Aprile diventa dunque la scelta di non restare indifferenti, di fare una scelta di campo, di rinnovare il nostro impegno.

Ciò che ci è stato donato in quella lotta di liberazione, oggi senza di noi e senza il “noi” come visione di vita, può ogni giorno morire e far prevalere chi come il nazismo e il fascismo, o come qualunque altra forma di dittatura, cerca di opprimere il nostro desiderio di libertà e di felicità.

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