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Viaggio in Bosnia, tra Srebrenica e Sarajevo: un cammino di morte e di liberazione

La strada che attraversa la Bosnia Erzegovina dal confine croato e conduce a Sarajevo passando per Srebrenica (nel luogo dove si è perpetrato il peggiore crimine di guerra in Europa dalla fine del secondo conflitto mondiale), tocca il cuore e l’anima.

Un percorso dove, accanto alla bellezza della natura, tra fiumi, boschi, montagne dove il verde domina su tutto nelle sue varie coloriture e sfumature, si manifesta la crudeltà umana, fatta di eccidi, stupri di massa, esecuzioni, palazzi distrutti, paesi abbandonati, macerie, intere famiglie sterminate.

Sembra quasi di ripercorrere le strade della nostra Toscana durante gli anni della resistenza, dove in tanti e troppi paesi e luoghi si ricordano le stragi ad opera di nazisti e fascisti.

Solo che la guerra che ha attraversato i Balcani e soprattutto la Bosnia Erzegovina, è una guerra recente, terminata meno di 30 anni fa.

Nelle poche decine di chilometri che ci portano da Tuzla a Srebrenica, sono molteplici i luoghi e i monumenti dove si ricordano le stragi di persone, quasi tutti uomini molto giovani, nella maggioranza dei casi di religione musulmana (molto meno le persone uccise di fede cristiana, sia ortodossa che cattolica), che danno l’idea di veri e propri percorsi della memoria.

Ecco perché questo cammino che conduce a Sarajevo, dove quest’anno celebrerò il 25 Aprile, mi fa sentire vicino ai tanti italiani che tra poche ore scenderanno in piazza per ricordare la nostra liberazione dal nazifascismo.

Qui, in questa terra martoriata dove ancora si sente e si avverte il dolore di quanto è accaduto, il boia e l’oppressore hanno altri nomi e ideologie, ma la stessa disumanità.

Ma al tempo stesso si avverte forte il senso di una grande speranza per un popolo che, in questa parte della Bosnia Erzegovina, vive nella Repubblica Serba, è di fede musulmana, é radicato da secoli in questa parte dell’Europa che non vuole rinunciare alle sue tradizioni e alla sua religione.

Ecco perchè accanto a questi luoghi dove si sono perpetrati eccidi e stragi, sono sorte tante nuove moschee, a rinnovare le radici che legano i bosniaci di origine monsulmana alla loro terra, che nessun altro popolo e nessuna altra religione potrà sradicare da qui.

Ma la cosa più bella è che in questi piccoli paesi arroccati sulle colline e sulle montagne, o disseminati lungo le rive del bellissimo fiume Drina, vicino alle moschee si trovano chiese ortodosse e in qualche caso cattoliche, a ricordarci come non sia Dio a chiederci di fare guerra,  ma la nostra stupidità umana.

Prima di arrivare a Srebrenica, sulla destra, i miei occhi si sono fermati davanti al Memoriale, e l’angoscia di quanto successo l’11 luglio 1995 e nei giorni successivi, prende il sopravvento.

File interminabili di steli bianche sono disseminate lungo una collina a ricordare la mattanza compiuta dall’esercito serbo guidato dal generale Mladic, che in pochi giorni uccise 8.372 tra uomini di ogni età e ragazzi (13 anni il più giovane e 94 il più vecchio), poi sotterrati in fosse comuni.

Gli uomini di Mladic divisero gli uomini dalle donne e dai bambini. I primi saranno condotti alla morte.

Un’azione favorita dal vergognoso e complice silenzio dei caschi blu olandesi.

Ancora oggi si cercano le fossi comuni dove si trovano i corpi delle vittime e ogni volta che ne viene individuata una si procede al sistema di riconoscimento dei corpi e la loro sepoltura all’interno del memoriale.

Un’instancabile opera per ricordare la storia di ciascuna vittima, fare memoria di quanto accaduto, dare un nome a un corpo martoriato, che è il modo che noi umani abbiamo per rendere una persona ancora viva .

Lungo la strada per Srebrenica, in uno dei luoghi dove si ricorda l’uccisione di 675 uomini, è riportatoil versetto 154 del Corano: “E non dite che sono morti coloro che sono stati uccisi sulla via di Allah, ché invece sono vivi e non ve ne accorgete”.

Ecco perchè questo tratto di strada che da Tuzla porta a Srebrenica per poi proseguire verso Sarajevo, è un cammino che accomuna tutti i popoli che sono stati chiamati dalla storia a vivere un percorso di liberazione.

Come i 3.500 bosniaci musulmani che, nelle ore in cui Mlavic dava l’avvio all’eccidio, sono riusciti a salvarsi (in oltre dieci mila si erano messi in marcia verso Tuzla), inseguiti dalle truppe bosniache, muovendosi lungo le impervie montagne bosniache, verso la salvezza dopo un cammino senza sosta durato 6 giorni e 6 notti.

In questa terra che conduce a Sarajevo tutto ci parla di morte e di vita, di dolore e di speranza: la natura, i borghi, le chiese e le moschee, i palazzi distrutti con accanto le nuove costruzioni.

Un viaggio che ti entra dentro l’anima…

E sono quelle chiese oggi costruite accanto ai minareti a dare speranza nel domani.

La speranza che cresce e si muove nel cuore delle persone semplici che non si sentono diverse perché praticano una diversa religione.

Quei bosniaci musulmani, ortodossi e cattolici che vivono una accanto all’altra, sapendo che mai nessun vero Dio chiederebbe di uccidere un suo simile e un suo fratello…

Commenti (1):

  1. Olga

    24 Aprile 2024 at 08:42

    Non c’è giustificazione morale per nessuna guerra: la guerra è ingiusta. Viviamo anni invece dove la guerra sembra essere l’unico strumento di comunicazione tra tanti popoli , dove la violenza, l’aggressività tra esseri umani viene spesso giustificata dalle situazioni. Ci stiamo dimenticando dell’importanza della parola, della capacità di dialogo, del rispetto dell’altro che sono una prerogativa dell’essere umano. L’obiettivo di ogni essere umano deve essere la pace sempre , altrimenti l’uomo rinuncia alla propria umanità.

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